È la mattina del 31 dicembre 1969 e il piccolo Massimo, di soli 9 anni, viene svegliato da strani rumori provenienti dalla sala da pranzo. Una volta fuori dalla camera da letto, davanti al bambino prende vita la scena di due uomini in borghese che portano via il padre; questo, inerme, è capace di lasciargli solo uno sguardo insofferente, insignificante, e poco altro. È il momento in cui la giovane vita di Massimo è destinata a cambiare per sempre, poiché la madre è venuta a mancare improvvisamente: è la storia raccontata all’interno di Fai Bei Sogni, il best seller del giornalista Massimo Gramellini, che in modo commosso e doloroso confessa la sua travagliata infanzia e il passaggio all’età adulta. Incaricato di portare tutto su grande schermo è Marco Bellocchio, uno dei più grandi autori del nostro cinema, che realizza un’opera emozionante, intima e ricca di sentimenti autentici, estremamente fedele al libro. Aiutato dalla fotografia nostalgica e sgranata di Daniele Ciprì, il regista di Bobbio fa dell’unico flashback presente nell’opera letteraria tante piccole sequenze, momenti chiave della vita del giovane protagonista montati in modo alternato e per nulla lineare, che lo spettatore può inizialmente rimettere insieme grazie alle date sovraimpresse, successivamente in piena autonomia.

Nonostante i continui salti temporali, la narrazione ha comunque una struttura solida, comprensibile, costantemente pregna di significati profondi. Questi in gran parte riprendono temi cari a Bellocchio, ci viene da pensare ai dubbi riguardanti la fede (che tornano nei suoi film dall’inizio della sua carriera), al passato, all’amore incondizionato fra madre e figlio. Se ne I Pugni in Tasca una madre veniva brutalmente uccisa, spintonata giù da una rupe dal suo stesso figlio, ora abbiamo un bimbo orfano per costrizione, alla continua e disperata ricerca di un affetto. Per Massimo la figura della mamma è un punto cardine della sua esistenza, un elemento su cui poter ciecamente riporre fiducia; un qualcosa di insostituibile, tanto meno da un padre con cui è impossibile comunicare, un uomo incapace a dimostrare i suoi sentimenti, persino codardo. Non ha neppure il coraggio di confessare al proprio pargolo ciò che è successo, al contrario preferisce delegare la cosa al parroco del quartiere.

Fai bei sogniFai Bei Sogni in effetti, a differenza di quanto si potrebbe pensare, non è un lavoro sul lutto, sulla sua elaborazione, per fortuna poiché il cinema ne è già pieno; è una storia di ricerca, di sostituzione, di vuoto, di crescita a tutti i costi, di perdono. In 30 anni, Massimo non smette mai un istante di dare forma alla sua vita, la formazione prima, il giornalismo sportivo poi, la guerra subito dopo, fino a diventare una vera e propria firma a La Stampa dopo una risposta commovente a una lettera giunta in redazione. Nel frattempo però non rinuncia a fare i conti con l’assenza, che colma con il personaggio immaginario di Belfagor trasformato in angelo gentile, con i rimpianti, sino alla scoperta della verità, che mette a posto ogni tassello del grande puzzle generale. Se la parte centrale del film meritava di essere asciugata quel tanto in più, parte iniziale ed epilogo racchiudono l’emozione essenziale del film, che molto probabilmente vi farà assistere ai titoli di coda con gli occhi lucidi. L’unica vera recriminazione è forse nella direzione degli attori, troppo ingessata e meccanica; gli interpreti, nonostante l’impegno, lavorano poco sulla spontaneità, al contrario recitano il copione linea per linea, senza uscire di una sola parola.

Un peccato da cui si salvano Valerio Mastandrea e, in modo inaspettato vista la lingua, Berenice Bejo, che porta nel film un respiro internazionale. Del resto nulla può essere perfetto, figuriamoci il cinema.