Maybe Tomorrow, magari domani. Domani possiamo cominciare a pensare a noi stessi e all’infinità di problemi che ci assalgono. Devono pensarla così i protagonisti di True Detective 2, che sempre più, per tormento interiore, assomigliano al quel Rusty che la prima stagione ha consegnato all’immortalità televisiva.

In True Detective 2×03 Ray (Colin Farrell) e Ani (Rachel McAdams) provano a instaurare un rapporto, giocando piuttosto a carte scoperte rispetto a quello che i loro capi aveva preventivato, mentre Paul (Taylor Kitsch), che finalmente comincia ad assumere dei lineamenti precisi, cerca di partecipare alle indagini facendo leva sul suo punto di forza. Dall’altro lato del tavolo, l’ex malvivente Frank (Vince Vaughn) prova a fare i conti con una vita di dovere e leggi che gli sta palesemente stretta.

Il finale a sorpresa della seconda puntata aveva lasciato tutti piuttosto scioccati e perplessi, anche se la situazione apparentemente senza via d’uscita è stata risolta brillantemente, pur mettendo in tavola altri interrogativi piuttosto pungenti.

Janus Metz Pedersen, che succede alla regia di Justin Lin, cerca di fare un lavoro simile ma allo stesso tempo più personale, mantenendo una cifra stilistica piuttosto omogenea e “notturna”.

La stagione ha senza dubbio dei tratti che si declinano meglio con il genere puro poliziesco, con le incursioni nel mondo della prostituzione, della droga, delle speculazioni politico-edilizie, senza sfociare, come aveva fatto alla grande la prima stagione, nell’esistenzialismo più puro. La fase dell’indagine entra nel vivo e il delitto Caspere comincia a diventare una priorità. Quello che però caratterizza i personaggi è una sorta di egoismo esistenziale, un malessere interiore che pur non trasformandosi nel monologo ad oltranza di Rust Cole, riesce a trovare il suo spazio negli sguardi, nei rapporti che si delineano, nei caratteri complessi e in conflitto prima di tutto con se stessi.

Voto: 3/5 stelle

Loading...