Nel panorama dei drammi queer distribuiti negli ultimi anni da Netflix, My Dearest Senorita riesce a distinguersi per un approccio sorprendentemente intimo e doloroso al tema dell’identità intersessuale. Il remake del classico spagnolo del 1972 abbandona qualsiasi forma di provocazione superficiale per costruire invece un racconto profondamente umano, ambientato alla fine degli anni Novanta, in una Spagna ancora intrappolata tra tradizione cattolica, paura del giudizio sociale e rigidità dei ruoli di genere. Il risultato è un film che utilizza il coming of age non come liberazione immediata, ma come attraversamento traumatico di una verità nascosta per tutta la vita.
Il finale del film, insieme alla delicata scena post-credit, non punta infatti a offrire una soluzione semplice o rassicurante. Al contrario, My Dearest Senorita conclude il percorso di Adela lasciando volutamente aperta la questione dell’identità, trasformando il protagonista in una figura che rifiuta finalmente le categorie imposte dagli altri. È proprio qui che il film trova la sua forza più grande: non raccontare la “transizione” verso una nuova etichetta, ma la lenta accettazione di un’esistenza che non ha bisogno di essere definita per essere autentica.
Perché Adela smette di essere “AD” e cosa significa davvero il finale del film
La parte conclusiva di My Dearest Senorita ribalta lentamente la convinzione che aveva guidato Adela per tutta la seconda metà del film. Dopo aver scoperto di essere intersessuale e di essere stata sottoposta da bambina a interventi chirurgici e terapie ormonali decise dai genitori, il protagonista reagisce infatti cercando di distruggere completamente l’identità femminile costruita attorno a lui. È qui che nasce “AD”, una versione maschile e quasi oppositiva di sé stesso, alimentata dall’assunzione di testosterone, da un nuovo modo di vestirsi e dal desiderio di cancellare tutto ciò che rappresentava Adela. Ma il film mostra progressivamente come questa trasformazione non sia ancora una scelta libera, bensì una reazione traumatica al controllo subito per tutta la vita.
Il rapporto con Isabel diventa allora centrale proprio perché costringe AD a confrontarsi con una verità ancora più difficile da accettare: non basta passare da una categoria all’altra per sentirsi finalmente completi. Isabel si era innamorata di Adela senza sapere nulla della sua identità biologica, ma fatica a riconoscere la persona dietro la nuova costruzione maschile di AD. Il loro rapporto smette così di essere una semplice sottotrama romantica e diventa il cuore emotivo del film: Isabel rappresenta infatti lo sguardo esterno che obbliga il protagonista a chiedersi se stia davvero scegliendo sé stesso o se stia soltanto reagendo alla violenza subita dai genitori.
Per questo il finale assume un valore molto più complesso di un semplice “ritorno” ad Adela. Quando il protagonista smette di assumere testosterone e torna a utilizzare il proprio nome originale, non sta rinnegando l’esperienza vissuta come AD, ma sta comprendendo che nessuna identità imposta può realmente contenerlo. La vera liberazione non consiste nel diventare uomo o nel restare donna, ma nel rifiutare l’idea stessa che la propria esistenza debba essere legittimata da definizioni rigide. È una conclusione volutamente sospesa, perché il film non vuole offrire una risposta definitiva sull’identità del protagonista: vuole invece mostrare il momento esatto in cui Adela smette di vivere per soddisfare le aspettative degli altri.
La scena post-credit con la nonna cambia il significato emotivo di tutto il film
La scena post-credit ambientata nel museo è apparentemente semplice, ma in realtà contiene una delle chiavi interpretative più importanti dell’intero film. Vediamo Adela insieme alla nonna, in un momento sereno e silenzioso che può essere letto sia come un ricordo del passato sia come un incontro avvenuto nel futuro. Il film non chiarisce volutamente la collocazione temporale della scena, perché il suo significato non è narrativo ma emotivo: la nonna rappresenta infatti l’unica figura familiare che abbia davvero intuito e accolto l’identità di Adela senza trasformarla in un problema da correggere.
Per tutta la durata del film, i genitori del protagonista incarnano un modello sociale fondato sulla paura e sulla repressione. La scelta di nascondere la natura intersessuale del figlio, sottoporlo a interventi chirurgici e costruire artificialmente una vita “normale” nasce dalla convinzione che la diversità debba essere cancellata per garantire accettazione sociale. La nonna, invece, pur appartenendo alla stessa famiglia e alla stessa cultura, si muove sempre in una direzione opposta: il suo affetto non dipende mai dal genere, dall’apparenza o dalla conformità. È un amore che esiste prima delle definizioni.
La scena finale al museo suggerisce allora che Adela non riuscirà mai davvero a ricucire il rapporto con i genitori, ma potrà comunque conservare una memoria affettiva capace di sostenerlo. In questo senso il film evita sia il melodramma riconciliatorio sia la tragedia assoluta. Non c’è un perdono definitivo, ma neppure una condanna totale alla solitudine. La presenza della nonna diventa il simbolo di una possibile continuità emotiva, quasi la prova che esista uno spazio dove Adela possa finalmente sentirsi visto senza essere giudicato.
Come il remake Netflix trasforma il film del 1972 in un racconto contemporaneo sull’identità queer
Uno degli aspetti più interessanti di My Dearest Senorita è il modo in cui aggiorna il materiale originale del 1972, trasformando una storia nata in un contesto molto diverso in un racconto contemporaneo sull’identità queer e intersessuale. Il film originale di Jaime de Armiñán era già considerato rivoluzionario per il cinema spagnolo dell’epoca franchista, ma il remake Netflix amplia enormemente la riflessione politica ed emotiva, spostando il focus dalla “scoperta scioccante” dell’identità biologica al trauma prodotto dalle imposizioni sociali e familiari.
La Madrid che accoglie AD diventa infatti uno spazio simbolico di rinascita e contaminazione culturale. È nella capitale che il protagonista incontra figure marginalizzate come Patricia, Angela e Gato, persone escluse dalla normalità dominante ma capaci di vivere con maggiore autenticità rispetto alla famiglia tradizionale da cui proviene. Il club gestito da Patricia assume quasi il ruolo di un contro-mondo, un luogo in cui i corpi smettono di essere definiti dalla morale dominante e iniziano invece a esistere attraverso desideri, vulnerabilità e contraddizioni reali.
Anche per questo il film evita accuratamente di costruire una narrazione vittimistica. Adela attraversa dolore, rabbia e alienazione, ma il percorso non viene mai ridotto a una semplice battaglia ideologica. Il film preferisce mostrare le conseguenze intime della repressione: il senso di estraneità verso il proprio corpo, la difficoltà di amare, la paura costante di non appartenere a nessun luogo. Ed è proprio questa attenzione ai dettagli emotivi a rendere My Dearest Senorita molto più vicino al cinema identitario europeo che ai prodotti Netflix più convenzionali. La sua forza non sta nel fornire risposte semplici, ma nel raccontare quanto possa essere difficile imparare a esistere fuori dalle categorie che il mondo ci impone.
My Dearest Senorita non racconta una semplice storia d’amore queer, ma una riflessione sull’identità e sull’autodeterminazione
La parte finale del film chiarisce infatti che il vero conflitto di Adela non riguarda soltanto il desiderio romantico o la scoperta della propria sessualità, ma il bisogno di liberarsi dalle identità costruite dagli altri. Dopo aver reagito al trauma trasformandosi in “AD” e cercando di abbracciare un’identità maschile opposta a quella impostale dalla famiglia, il protagonista comprende gradualmente che anche quella scelta rischiava di diventare una nuova gabbia. Il ritorno al nome Adela non rappresenta quindi una “retromarcia”, ma l’accettazione di una realtà più complessa, impossibile da ridurre a categorie rigide. È proprio questa attenzione ai traumi vissuti dalle persone intersessuali a far sembrare il film così autentico, nonostante My Dearest Senorita non sia basato su una singola storia vera ma su esperienze realmente esistite


