Tombstone

«Era un luogo dove un uomo poteva ricominciare, dove poteva essere fatta una fortuna. Ogni città ha la sua storia. Tombstone ha una leggenda».

Così la sapiente regia di George Pan Cosmatos, la mente greca di Rambo II – la vendetta (1985), Cobra (1986), e Leviathan (1989), ci introduce nella leggendaria cittadina di Tombstone, remoto angolo dell’Arizona in via di sviluppo, luogo in cui Wyatt Earp (Kurt Vogel Russell) sceglie di dismettere i panni da sceriffo e di dedicarsi ad una nuova fase della sua vita insieme ai fratelli Virgil (Sam Elliott), Morgan (Bill Paxton) e alla compagna Mattie (Dana Wheeler-Nicholson). Fase in cui inaspettatamente si (ri)troverà a regolare i conti del posto con la giustizia.

Rivisitando in chiave originale quanto già John Ford nel capolavoro Sfida infernale (1946) e John Sturges in Sfida all’O. K. Corral (1957) si erano proposti di narrare, Cosmatos si fa epigono di Sergio Leone, dilettandosi – ormai 25 anni fa se pensiamo che la versione di Tombstone diretta da Cosmatos risale al 1993 – a dar voce ad una tra le icone più celebrate, peraltro realmente esistita, dell’epopea western. Un ex sceriffo ardito avventuriero che in cuor suo non ha mai effettivamente abbandonato il suo ruolo di tutore della legge – non è un caso che la locandina del film riporti la battuta «la giustizia sta arrivando».

Personaggio della cultura western per antonomasia che oltre ad inscriversi nella storia del cinema per le sue scorribande contro i Cowboys capeggiati da Curly Bill e per la platonica relazione intrattenuta con Josephine, è rimasto nella storia anche come uno tra i più noti giocatori di tutti i tempi. Lui e l’amico Holliday, a cui Earp salvò la vita in Texas, svolgevano l’attività di dealer nel gioco del faraone.

Senza dubbio agevolato dall’incisiva prova attoriale di Kurt Russell – ‟il Boia” di The Hateful Eight di Tarantino per capirsi – e da un Val Kilmer negli anni migliori in grado di aggiungere al film un esclusivo magnetismo – si pensi a Top Gun – il film di Cosmatos non fa certo rimpiangere l’operato dei suoi predecessori, modernizzando il tutto con una commistione di dramma, ironia e un tocco di citazionismo.

Due sono in particolare gli aspetti per cui, tra tutte le pellicole dedicate alla figura di Wyatt Earp, quella di Cosmatos vale la pena di essere celebrata e ricordata.

Il primo è lo spazio che il regista ha scelto di rivolgere al rapporto del tutto peculiare che riguardava da un lato Earp e Doc Holliday – un’amicizia insolita e molto speciale che percorre il film dall’inizio alla fine – all’altro Earp e l’avvenente attrice di teatro Josephine, aspetto che negli altri film western sulla vita del celebre ex sceriffo non è mai stato esplorato e messo in luce.

Il secondo motivo è legato ad una delle scene topiche del film che rimarrà scolpita nella memoria di tutti coloro che non hanno saputo rinunciare alla visione del Tombstone in questione.

Stiamo parlando del fotogramma che descrive la leggendaria sfida all’O. K. Corral, in cui sullo sfondo di un rosso incandescente di un incendio che si sta consumando, si stagliano e si delineano con contorni neri, netti e definiti, in una teatrale camminata, le figure dei tre fratelli Earp, Wyatt Virgil e Morgan, e quella di Doc Holliday.

Scena che suggella e condensa l’essenza dell’amaro e rovente inferno del West.