Dopo una considerevole cavalcata per i Festival di tutto il mondo, arriva anche nelle sale italiane Detachment – il distacco, ultimo film diretto dall’eclettico regista britannico Tony Kaye, già autore del film cult American History X e del documentario candidato all’oscar Lake of Fire.

Il film racconta la storia di Henry Barthes, supplente di letteratura al liceo, un uomo solitario che porta dentro di sé un’antica ferita e cerca di tenere gli altri a distanza. Henry entra ed esce dalla vita degli studenti, cercando di lasciare qualche insegnamento come può, nel poco tempo che ha con loro. Quando un nuovo incarico lo porta in una degradata scuola pubblica di periferia, il mondo di Henry viene lentamente alla luce attraverso i suoi incontri con gli studenti – giovani senza speranze per il futuro – e gli altri insegnanti disillusi. Ciò che sconvolge di più la sua vita è, tuttavia, l’incontro con Erica, una prostituta adolescente scappata di casa. Ma anche Meredith – allieva sveglia e molto sensibile, schiacciata dal conflitto con il padre – e gli altri studenti, entrano in modo travolgente nella vita di Herny, rompendo gli argini e azzerando quella distanza tra lui e il mondo.

Diretto con crudo realismo, Detachment è un ritratto non convenzionale e forse unico del sistema di istruzione americano, tema che ultimamente è stato più volte al centro delle attenzioni del cinema americano, tanto da essere lungamente dibattuto sia con opere di fiction che documentaristiche. Questo film non è né l’una nell’altra cosa. E’ un’opera profonda, che cerca di scavare dentro alla natura umana, tentando di trovare un significato al malessere abissale di una scuola che è forse specchio di una società prossima a dover perire come in precedenza è accaduto al sistema scolastico e a valori quali la famiglia. Un nucleo assente che lascia alla deriva i propri frutti come farebbe un coltivatore stanco e depresso con le sue piante. Il film è pervaso da un senso malinconico che accompagna tutti i personaggi, quasi a non voler dare speranza alle persone che tentano disperatamente di sopravvivere. Neanche l’arte che in genere rappresenta l’ultimo baluardo di speranza, aiuta i protagonisti che sprofondano in una totale assenza e vuoto cosmico. In questo senso è rappresentativa la scena finale della pellicola che richiama apertamente il racconto di Edgar Allen Poe, La caduta della casa degli Usher, guarda caso recitato proprio dal personaggio magistralmente interpretato da Adrien Brody e colmo di drammaticità nella sua performance.

Ancora una volta  Tony Kaye dimostra di saper fotografare con drammatica lucidità le piaghe che affliggono rovinosamente l’America che invece di costruire il proprio futuro su basi solide come l’istruzione e la famiglia, pensa solo ad aspetti economici e politica internazionale, trascurando l’unico frutto per cui valga la pena lottare: i giovani.