Hokum, la recensione: Damian McCarthy firma un horror che dimostra come la paura nasca prima di tutto dall’attesa

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Negli ultimi anni il cinema horror ha spesso inseguito la ricerca del colpo di scena o dell’immagine scioccante, trasformando il genere in una continua rincorsa al momento virale. Hokum, il nuovo film di Damian McCarthy, sceglie invece la strada opposta. Costruisce la paura lentamente, senza fretta, affidandosi ai silenzi, agli spazi vuoti e alla costante sensazione che qualcosa stia osservando i protagonisti anche quando lo schermo sembra immobile. È un horror classico nella forma, ma sorprendentemente moderno nella capacità di usare l’atmosfera come vero motore della tensione.

Pur senza reinventare il genere, McCarthy realizza probabilmente il suo lavoro più maturo. Il film riesce infatti a fondere il racconto soprannaturale con un dramma psicologico sul senso di colpa e sul lutto, trovando un equilibrio raro tra intrattenimento e profondità emotiva. Non tutto funziona allo stesso livello, ma quando Hokum decide di fare paura dimostra una padronanza del linguaggio horror che oggi appartiene a pochi autori.

La paura nasce da ciò che il film decide di non mostrare

Fin dalle prime sequenze McCarthy chiarisce quale sarà il suo approccio. Non cerca di impressionare attraverso il rumore o la violenza grafica, ma costruisce un clima di costante inquietudine. L’albergo sperduto nelle campagne irlandesi diventa un luogo fuori dal tempo, sospeso tra realtà e leggenda, dove ogni corridoio, ogni porta socchiusa e ogni stanza sembrano custodire qualcosa che aspetta soltanto il momento giusto per manifestarsi.

La regia lavora continuamente sulla sottrazione. I movimenti di macchina sono misurati, il montaggio evita l’accelerazione tipica di molti horror contemporanei e perfino i jump scare vengono utilizzati con estrema parsimonia. Quando arrivano, funzionano proprio perché il film ha avuto la pazienza di prepararli.

È un cinema che ricorda il miglior horror britannico e irlandese degli ultimi anni, più interessato a creare disagio che a scioccare lo spettatore. McCarthy dimostra di conoscere perfettamente il ritmo della suspense, alternando lunghi momenti di apparente quiete a improvvise esplosioni di tensione che risultano tanto più efficaci quanto meno prevedibili.

Adam Scott regge il film con una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera

HOKUM (2026)

Gran parte del merito della riuscita del film appartiene però ad Adam Scott, che sorprende con un’interpretazione molto diversa da quelle a cui il pubblico è abituato.

Il suo Ohm è un protagonista inizialmente difficile da amare. È scontroso, distante, quasi arrogante, ma Scott evita sempre di trasformarlo in una semplice caricatura del classico uomo tormentato. Attraverso piccoli gesti, silenzi e sguardi lascia emergere lentamente tutte le crepe emotive del personaggio, costruendo un arco narrativo credibile e coinvolgente.

Anche il cast di supporto contribuisce a dare spessore alla vicenda. Personaggi che inizialmente sembrano semplici figure funzionali alla trama acquistano progressivamente una complessità inattesa, mentre la sceneggiatura distribuisce gli indizi con intelligenza senza sacrificare il mistero.

McCarthy riesce così a evitare uno degli errori più frequenti dell’horror contemporaneo: trasformare i protagonisti in semplici vittime. Qui ogni personaggio porta con sé un peso emotivo che rende gli eventi soprannaturali ancora più significativi.

Il vero mostro di Hokum non è la strega

Florence Ordesh in Hokum (2026)

Come accade nei migliori horror, il soprannaturale non rappresenta il vero centro del racconto. La strega, le apparizioni e la mitologia costruita dal film sono strumenti attraverso cui McCarthy parla di qualcosa di molto più umano: il senso di colpa, il trauma e l’incapacità di lasciarsi alle spalle il passato.

L’orrore diventa così una manifestazione fisica di ferite interiori che continuano a perseguitare il protagonista. È una lettura che richiama il cinema di autori come Jennifer Kent o Mike Flanagan, pur mantenendo un’identità personale meno esplicitamente melodrammatica.

Questa dimensione emotiva è ciò che distingue Hokum da molti horror costruiti esclusivamente sulla paura. Anche quando il film rallenta, non perde mai tensione, perché ciò che tiene alta l’attenzione non è soltanto la domanda su cosa accadrà, ma soprattutto quella su cosa significhi davvero ciò che stiamo osservando.

L’unico vero limite è forse una certa prevedibilità di alcuni meccanismi narrativi. McCarthy non rivoluziona il linguaggio del genere e alcune svolte appartengono a un immaginario horror ormai consolidato. Tuttavia la precisione della messa in scena, la qualità della regia e il controllo del ritmo fanno sì che questi elementi risultino familiari senza apparire derivativi.

Verdetto

Hokum non cerca di reinventare l’horror, e probabilmente non ne ha nemmeno bisogno. Damian McCarthy dimostra che il genere può ancora essere estremamente efficace quando mette al centro la costruzione dell’atmosfera invece dell’effetto immediato. Grazie a una regia elegante, a un eccellente Adam Scott e a una tensione che cresce con impressionante naturalezza, il film riesce a trasformare una storia apparentemente classica in un’esperienza capace di restare addosso anche dopo i titoli di coda.

È un horror che spaventa, ma soprattutto inquieta. E proprio questa capacità di insinuarsi lentamente nello spettatore rappresenta il suo risultato migliore.

Hokum
3.5

Sommario

Con Hokum, Damian McCarthy firma un horror atmosferico che dimostra come la paura possa nascere dall’attesa più che dagli effetti shock. Grazie a una regia raffinata, a un uso sapiente del silenzio e a un’intensa interpretazione di Adam Scott, il film intreccia soprannaturale e dramma psicologico in un racconto sul trauma e sul senso di colpa. Pur senza rivoluzionare il genere, Hokum conferma il talento del regista irlandese e si impone come uno degli horror più solidi e inquietanti degli ultimi anni.

Francesco Madeo
Francesco Madeo
Laureato in Scienze Umanistiche-Cinema e in Organizzazione e Marketing della Comunicazione d'Impresa è l'ideatore di Cinefilos.it assieme a Chiara Guida e Domenico Madeo.

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