Mortal Kombat II: recensione del film di Simon McQuoid

Il secondo capitolo risulta visivamente più spettacolare e fedele al videogioco, introducendo alcuni dei personaggi più attesi

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Mortal Kombat è uno dei franchise di fighting game più famosi e amati di sempre, con un immaginario talmente ricco da rendere quasi inevitabile, nel tempo, il passaggio al cinema. Un primo tentativo arrivò negli anni Novanta, con risultati che, per l’epoca, seppero comunque trovare una loro dimensione. Il reboot del 2021, diretto da Simon McQuoid, ha invece cercato di rilanciare il marchio per il pubblico contemporaneo, senza però riuscire pienamente nell’intento. A distanza di cinque anni da quel primo capitolo poco incisivo, arriva Mortal Kombat II, che prova a raccogliere e sviluppare quanto lasciato in sospeso: il risultato è una pellicola che, più che per ciò che racconta, colpisce per ciò che mette in scena.

Ancora una volta sotto la regia di McQuoid, il film introduce finalmente alcuni dei personaggi più iconici della saga: Kitana, principessa di Edenia interpretata da Adeline Rudolph, Jade (Tati Gabrielle) e l’istrionico, vanitosissimo attore hollywoodiano Johnny Cage, cui presta il volto Karl Urban. La distribuzione in sala, a partire dal 6 maggio, restituisce al progetto quell’opportunità cinematografica che il primo film, penalizzato dalla pandemia, non aveva potuto pienamente sfruttare.

La trama di Mortal Kombat II

Il Regno della Terra e l’Outworld si preparano a un nuovo scontro imminente. Dopo aver conquistato Edenia, uccidendone il sovrano sotto gli occhi della figlia Kitana, Shao Kahn è pronto a estendere il proprio dominio anche sulla Terra. Per fermarlo, Raiden riunisce un gruppo di guerrieri scelti – Jax, Sonya Blade, Liu Kang e Cole – a cui si aggiunge Johnny Cage, attore hollywoodiano inizialmente riluttante a prendere parte al conflitto, convinto di non possedere alcuna reale abilità. La situazione precipita con l’intervento dello stregone Quan Chi e dell’amuleto di Shinnok: dopo aver ferito Raiden, incanala il suo potere all’interno dell’artefatto, trasferendolo a Shao Kahn, che diventa immortale. A quel punto, la sopravvivenza della Terra non dipende più soltanto dall’esito del torneo del Mortal Kombat, ma dalla capacità dei guerrieri di fermare un nemico invincibile. Nel loro percorso, troveranno un’alleata fondamentale proprio in Kitana, pronta a tutto pur di riconquistare il proprio regno e vendicare la morte del padre.

Mortal Kombat II film

Un film meravigliosamente fan-service

Mortal Kombat II, ancora più del primo, si configura come un film fortemente orientato al fan service. In questo caso, però, il termine non ha una connotazione negativa: pur non costruendo una trama particolarmente solida, organizza ogni elemento in funzione della resa visiva e della fedeltà al materiale originale. La componente narrativa resta infatti piuttosto debole: la ricerca dell’amuleto di Shinnok per salvare Raiden si limita infatti a fare da pretesto, diventando una linea narrativa minima, utile soprattutto a collegare le sequenze di combattimento.

Al contrario, il lavoro sul worldbuilding risulta più coerente e strutturato: la trasposizione dei reami – Earthrealm, Edeniae Netherrealm – insieme ad arene iconiche come The Pit, contribuisce a costruire un universo riconoscibile e iconograficamente coerente. La CGI delle ambientazioni è funzionale e restituisce l’estetica dark tipica della saga, supportata da una palette cromatica desaturata, giocata su neri e tonalità terrose. A livello di messa in scena, il film lavora molto sulla riproduzione del linguaggio del videogioco: i combattimenti, per esempio,  vengono introdotti con inquadrature frontali dei due sfidanti, spesso posizionati lateralmente, richiamando l’impostazione classica della saga. Anche la gestione dello scontro è fedele: il personaggio sconfitto barcolla prima di cedere, proprio come accade nel gioco quando si apre la finestra per una fatality o una brutality, qui inserite e discretamente orchestrate. Emblematica, in questo senso, la sequenza tra Kitana e Johnny Cage, con l’intervento di Shao Kahn e il celebre “Finish him”, riproposto in maniera diretta.

L’arrivo di Kitana, principessa di Edenia

L’aspetto più riuscito resta comunque quello delle coreografie: i combattimenti sono vari, leggibili e ritmati, e integrano alcune delle mosse più iconiche dei personaggi, come le acrobazie di Johnny Cage o il “fan toss” di Kitana (il lancio dei ventagli). Ed è proprio Kitana la vera protagonista di Mortal Kombat II. Il film si apre sulla sua storia, ricostruendone il passato di sottomissione a Shao Kahn e il progressivo percorso di consapevolezza. Un arco narrativo che intreccia senso di giustizia e desiderio di vendetta, portandola a compiere scelte rischiose non solo per il proprio popolo, ma anche per la difesa della Terra. All’interno della saga videoludica, Kitana è da sempre uno dei personaggi più solidi e stratificati, non soltanto per le abilità in combattimento, ma per una backstory tra le più ricche e affascinanti.

Mortal Kombat II

La pellicola riesce a intercettare proprio questa complessità, restituendo un personaggio già ben delineato in questo secondo capitolo. In quest’ottica, la sua assenza nel primo film assume così un senso più preciso: non una mancanza, ma una scelta di costruzione, utile a prendersi il tempo necessario per introdurla con maggiore profondità. Mortal Kombat II ne definisce infatti le basi narrative, lasciando intuire uno sviluppo ancora più ampio nei capitoli successivi. Dal punto di vista visivo, resta qualche riserva sulla resa del costume, meno elaborato rispetto alla controparte videoludica, storicamente più ricca e iconica. Una scelta che potrebbe però evolversi insieme al personaggio nei prossimi film.

Mortal Kombat II
3.5

Sommario

Il film lavora molto sulla riproduzione del linguaggio del videogioco. I combattimenti vengono introdotti con inquadrature frontali dei due sfidanti, spesso posizionati lateralmente, richiamando l’impostazione classica della saga.

Valeria Maiolino
Valeria Maiolino
Classe 1996, laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza con una tesi su Judy Garland, scrive per Auto.it, InMoto.it, Corriere dello Sport e Tuttosport. Redattrice di Cinefilos.it, ha pubblicato i romanzi Quello che mi lasci di te (2021) e Al di là del mare (2022).

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