The Boys 5 recensione: più sangue, meno sorprese per il gran finale

L’ultima stagione della serie di Eric Kripke alza la posta tra satira politica e caos supereroistico, ma fatica a ritrovare la freschezza degli inizi.

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Dopo quattro stagioni di caos, sangue e satira senza filtri, The Boys torna con il suo capitolo finale. “The Boys is back in town”, ma il mondo che ritrovano – e che riflette fin troppo bene il nostro – è ancora più oscuro, più cinico e decisamente meno disposto a ridere.

La creatura di Eric Kripke, tratta dai fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, ha sempre giocato sul filo tra intrattenimento estremo e critica sociale. Ma nel 2026, quel filo è diventato sottilissimo: la realtà ha ormai raggiunto (e in certi casi superato) la follia della serie. Il risultato? Una stagione che continua a colpire duro, ma che sorprende meno di quanto dovrebbe.

Non manca nulla: violenza esplicita, umorismo volgare, personaggi sopra le righe e situazioni al limite dell’assurdo. Ma per la prima volta, si avverte una certa stanchezza. Non è un crollo, ma un segnale chiaro: siamo davvero alla fine del viaggio.

Homelander al potere: il vero incubo è la realtà

La nuova stagione riparte con una situazione esplosiva: Homelander è ormai al vertice del potere. Non più solo un supereroe fuori controllo, ma una figura quasi divina, circondata da fedelissimi, media compiacenti e un sistema che lo sostiene a ogni costo. Le accuse contro di lui – incluso il famigerato episodio del volo lasciato al suo destino – vengono rapidamente neutralizzate da una macchina propagandistica che suona fin troppo familiare. Basta etichettarle come “fake”, gridare al complotto e il problema svanisce.

È qui che The Boys continua a funzionare alla grande: nella sua capacità di riflettere il presente. La satira politica è ancora tagliente, forse meno esplosiva rispetto al passato, ma decisamente più inquietante. Non c’è più bisogno di esagerare: basta osservare. Homelander, sempre più convinto della propria divinità, oscilla tra delirio e fragilità. È terrificante, ma anche patetico. E proprio questa ambiguità lo rende ancora uno dei villain più riusciti della TV recente.

The Boys 5 - Prime Video
Cortesia Prime Video

La squadra: tra reunion e déjà-vu

Dall’altra parte, i “buoni” – o meglio, quelli che cercano di fermare il disastro – devono riorganizzarsi. Il team di Butcher si divide e si ricompone, tra fughe, prigionie e piani disperati per creare un virus capace di uccidere i Supes. La dinamica è quella classica della serie, e qui emerge uno dei limiti principali della stagione: la sensazione di déjà-vu. Dopo quattro cicli narrativi simili, la struttura inizia a pesare.

Le prime puntate, in particolare, sembrano procedere con il pilota automatico. C’è tutto ciò che ci si aspetta – azione, battute, momenti shock – ma manca quella scintilla di invenzione che in passato rendeva ogni episodio imprevedibile.

Eppure, basta poco perché la serie torni a carburare. Quando il ritmo accelera, The Boys riesce ancora a travolgere lo spettatore, riportando in scena praticamente tutti i personaggi chiave, da Soldier Boy a Ryan, fino a un Deep sempre più assurdo e disturbante.

Tra satira e spettacolo: un equilibrio ancora solido

Nonostante qualche passo falso, la serie mantiene uno dei suoi punti di forza: l’equilibrio tra spettacolo e commento sociale. Le frecciate alla politica, ai media e alla cultura contemporanea sono ancora centrali, e questa stagione spinge ancora di più sul tema della religione e del culto della personalità. Nuovi personaggi, come il televangelista superpotente, ampliano il discorso e aggiungono ulteriori livelli di critica.

Ci sono episodi particolarmente riusciti, come quello costruito a punti di vista, che dimostra come la serie sappia ancora sperimentare. E alcuni personaggi secondari, come Firecracker, guadagnano spazio in modo intelligente, diventando veicoli perfetti per la satira più pungente. Ma accanto a questi momenti brillanti, resta una sensazione di ripetizione. The Boys continua a fare bene ciò che ha sempre fatto, ma raramente riesce a reinventarsi davvero.

The Boys 5 - Prime Video
Cortesia Prime Video

Cuore e personaggi: il vero motivo per restare

Se la trama a volte arranca, sono i personaggi a tenere tutto in piedi. Homelander resta il centro emotivo (e disturbante) della serie, grazie a un’interpretazione che riesce a renderlo umano proprio nel momento in cui diventa più mostruoso.

Ma anche gli altri non sono da meno. Il rapporto tra Kimiko e Frenchie, ad esempio, aggiunge una dimensione più intima e riflessiva. Il fatto che lei possa finalmente parlare apre a dialoghi più profondi, soprattutto quando entrano in gioco questioni morali legate al virus e alle conseguenze delle loro scelte.

È in questi momenti che The Boys ricorda perché ha funzionato così bene: non solo per lo shock value, ma per la sua capacità di raccontare persone imperfette in un mondo completamente fuori controllo. Anche quando la trama gira a vuoto, c’è sempre qualcosa – uno scambio, una scena, un crollo emotivo – che riporta l’attenzione su ciò che conta davvero.

Un finale imperfetto, ma a suo modo efficace

Essendo la stagione conclusiva, ci si aspetterebbe un senso di urgenza maggiore. E invece, sorprendentemente, The Boys si prende il suo tempo. Ci sono momenti in cui sembra trattenersi, come se non volesse arrivare subito al punto. Ma quando decide di colpire, lo fa ancora con forza. Le sequenze più brutali non mancano, e il percorso verso lo scontro finale resta carico di tensione.

Non è la stagione più brillante della serie, né la più innovativa. Ma è comunque una chiusura coerente, che mantiene intatta l’identità dello show. Alla fine, The Boys resta quello che è sempre stato: una serie eccessiva, provocatoria, spesso scomoda, capace di far ridere e disturbare nello stesso momento. Solo che oggi, rispetto al 2019, il mondo che racconta non sembra più così lontano. E forse è proprio questo il suo colpo più riuscito.

The Boys 5
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Sommario

Non manca nulla: violenza esplicita, umorismo volgare, personaggi sopra le righe e situazioni al limite dell’assurdo. Ma per la prima volta, si avverte una certa stanchezza. Non è un crollo, ma un segnale chiaro: siamo davvero alla fine del viaggio.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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