Will Ferrell continua la sua proficua collaborazione con Netflix attraverso The Hawk, miniserie comica in 10 puntate in cui recita insieme a Molly Shannon, Jimmy Tatro e Fortune Feinster. Al centro della vicenda c’è Lonnie “The Hawk” Hawkins, giocatore professionista di golf che tutto è tranne che professionale: dedito unicamente allo sport che ama – anche se non sta attraversando il suo periodo di forma migliore, vista l’età… – l’uomo trascura costantemente la moglie Stacy e il figlio Lance. Nulla sembra poter schiodare “The Hawk” dall’erba finemente tagliata dei campi da golf, neppure le piccole grandi tragedie della vita che invece toccano tutti coloro che gli sono accanto…
Dopo tutti questi anni e le commedie scatenate che ha realizzato, Will Ferrell continua a possedere quel tocco personale che lo rende un attore comico unico nel suo genere. Magari non il migliore, magari non sempre efficace come potrebbe, ma certamente capace di sviluppare una sua visione personale del ruolo e del “tipo” fisso che ha costruito nei decenni.
Will Ferrell è la cosa migliore di The Hawk
È senza dubbio lui la cosa migliore di The Hawk, serie che purtroppo proprio nello sviluppo del lato comico di tono e vicenda possiede il suo tallone d’Achille. Fin dal primo, quasi svogliato primo episodio si comprende affatto quanto lo show voglia muoversi su diversi piani di lettura senza riuscire veramente ad abbracciarne uno in maniera decisa. Questo rende il prodotto fin troppo ondivago, problema causato anche da un montaggio che produce delle accelerazioni di ritmo le quali sono evidentemente adoperate per “nascondere” la mancanza di momenti o sequenze realmente divertenti. Ovviamente qualche spunto suscita ilarità, alcune battute contenute nei vari episodi sono azzeccate, ma nel complesso The Hawk si rivela piuttosto scialbo sotto l‘aspetto squisitamente della commedia. Se come già scritto Ferrell comunque in qualche modo riesce a cavarsela comunque, a subire maggiormente le conseguenze di tale approccio indeciso sono invece gli attori di supporto, in particolar modo una caratterista di mestieri consumato come Molly Shannon che in questo caso non riesce mai veramente incidere come ha dimostrato di saper fare, e molto bene, il altre produzioni.
Paradossalmente il lato migliore di The Hawk è invece quello malinconico: quando la storia o semplicemente anche i soli personaggi sembrano affrontare questioni dolorose come gli affetti perduti, il tempo che irrimediabilmente passa, l’avvicinarsi della terza età e con essa il declino, ecco che lo show ci regala momenti piuttosto toccanti, come avviene ad esempio in un più riuscito secondo episodio. È in questi momenti che Ferrell si dimostra un interprete che col passare degli anni e dei film ha acquistato una maturità che altri attori comici anche più quotati non posseggono. Quando sa contenere il tono della sua recitazione concedersi dei momenti di quieta profondità, Ferrell dimostra che dietro la maschera c’è un artista di spessore. Anche quando non centra l’obiettivo di intrattenere con il divertimento, The Hawk merita di essere visto proprio grazie ai timbri che il suo protagonista sciorina nel corso degli episodi.
Il gioco a carte scoperte è
troppo sfacciato
La volontà di fare di The Hawk uno show che si muove sul filo non sempre facile del dolceamaro è fin troppo esplicita: il tentativo di non calcare la mano della comicità ridanciana e sopra le righe rende il prodotto in molti passaggi addirittura scialbo, certamente nel complesso non divertente quanto avrebbe potuto. A salvare almeno in parte, comunque rendere dignitosa questa serie sono i sempre simpatico Will Ferrell e i momenti in cui il lato drammatico viene alla superficie. Forse questo non basta a fare di The Hawk una produzione completamente riuscita, ma allo stesso tempo non si tratta neppure della peggiore che abbiamo visto quest’anno. E nel caso non l’abbiate ancora capito, per noi Will Ferrell vale sempre e comunque un tentativo di visione…
The Hawk
Sommario
La volontà di fare di The Hawk uno show che si muove sul filo non sempre facile del dolceamaro è fin troppo esplicita: il tentativo di non calcare la mano della comicità ridanciana e sopra le righe rende il prodotto in molti passaggi addirittura scialbo, certamente nel complesso non divertente quanto avrebbe potuto.


Il gioco a carte scoperte è
troppo sfacciato