Quando Netflix porta sullo schermo un caso di cronaca così recente come quello raccontato in The Idaho Murders: incubo al college, il rischio è quello di trasformare una tragedia in un semplice true crime. La docuserie, invece, sceglie una strada diversa: ricostruisce con precisione le indagini che hanno portato all’arresto di Bryan Kohberger, ma lascia emergere soprattutto ciò che ancora oggi resta irrisolto. Ed è proprio questo il suo elemento più inquietante.
La vicenda risale al 13 novembre 2022, quando quattro studenti dell’Università dell’Idaho – Ethan Chapin, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle e Madison Mogen – vennero uccisi in una casa nei pressi del campus di Moscow. Dopo un’indagine complessa, Bryan Kohberger si dichiarò colpevole nel 2025, ricevendo una condanna all’ergastolo. Eppure, anche dopo la sentenza, il caso continua a far discutere: l’ex dottorando in criminologia ha successivamente contestato la propria confessione, sostenendo di essere innocente.
È proprio questa apparente contraddizione a rendere The Idaho Murders: incubo al college molto più di una semplice cronaca giudiziaria. La docuserie dimostra infatti che, pur avendo individuato un responsabile, il caso continua a essere segnato da una domanda destinata probabilmente a rimanere senza risposta: perché tutto questo è accaduto?
Le prove hanno ricostruito il delitto, ma non hanno spiegato il suo vero significato
Uno degli aspetti più solidi del documentario è il modo in cui ricostruisce il lavoro investigativo. La serie mostra come gli investigatori siano arrivati a Kohberger attraverso una serie di elementi convergenti: il DNA rinvenuto sul fodero di un coltello lasciato sulla scena del crimine, le immagini dell’auto utilizzata per la fuga e i dati del telefono cellulare, risultato inattivo proprio durante la finestra temporale degli omicidi.
Più che costruire suspense, Netflix utilizza questi elementi per spiegare la complessità dell’indagine e il modo in cui prove scientifiche, analisi digitali e testimonianze abbiano finito per delineare un quadro accusatorio estremamente dettagliato. È una ricostruzione che restituisce anche il peso del lavoro delle forze dell’ordine in un caso seguito dall’intero Paese.
Il documentario dedica poi spazio al profilo di Bryan Kohberger, allora dottorando in criminologia alla Washington State University. Attraverso le testimonianze di ex compagni di corso e persone che lo hanno conosciuto, emerge il ritratto di una figura solitaria e spesso percepita come inquietante. Vengono ricordati anche il questionario pubblicato su Reddit nell’ambito di una ricerca accademica sulle dinamiche dei crimini e alcuni episodi che avevano già destato disagio tra diverse studentesse.
La docuserie, però, evita di trasformare questi elementi in una spiegazione definitiva. Le ipotesi sul possibile odio verso le donne o sull’ossessione per il “delitto perfetto” vengono presentate come interpretazioni emerse dalle testimonianze, non come verità accertate. È una distinzione importante, perché impedisce al racconto di sostituire la ricostruzione dei fatti con la speculazione.
Il vero protagonista della docuserie è il vuoto lasciato dall’assenza di un movente
La domanda che attraversa tutti e tre gli episodi è la stessa che continua a tormentare le famiglie delle vittime: perché quei quattro ragazzi? Perché quella casa? Nemmeno gli investigatori coinvolti nel caso affermano di avere una risposta definitiva, e la serie non cerca scorciatoie narrative per colmare questo vuoto.
La scelta di Kohberger di dichiararsi colpevole prima del processo ha infatti evitato un lungo dibattimento, ma ha anche privato i familiari della possibilità di ottenere spiegazioni. Alcuni di loro considerano il patteggiamento una decisione che ha impedito di arrivare fino in fondo alla verità, mentre altri riconoscono che un processo avrebbe significato mesi di ulteriore sofferenza emotiva.
Questa contrapposizione rappresenta uno degli aspetti più interessanti del documentario. Non esiste una reazione “giusta” al patteggiamento: ogni famiglia affronta il lutto in modo diverso e la serie lascia spazio a prospettive anche molto distanti tra loro, evitando di imporre un giudizio univoco.
È proprio questa attenzione alle conseguenze umane della vicenda a distinguere The Idaho Murders: incubo al college da molte produzioni true crime contemporanee. La ricerca della verità giudiziaria lascia progressivamente spazio al racconto del dolore, mostrando come una sentenza possa chiudere un procedimento legale senza riuscire a dare una reale conclusione alle persone coinvolte.
Alla fine, la docuserie Netflix non promette di risolvere l’ultimo grande interrogativo del caso. Al contrario, mostra come alcune tragedie possano restare segnate da domande destinate a non trovare mai una risposta definitiva. È questa consapevolezza, più ancora della ricostruzione del delitto, a rendere The Idaho Murders: incubo al college un documentario capace di lasciare il segno ben oltre i confini del genere true crime.

