Con Unchosen, la nuova serie thriller psicologica di Netflix, il racconto di una setta religiosa chiusa e opprimente non nasce solo dalla finzione, ma affonda le sue radici in una realtà molto più vicina – e disturbante – di quanto si possa immaginare. La storia di Rosie e della Fellowship of the Divine è inventata, ma ciò che rappresenta è profondamente reale: un sistema costruito su controllo, isolamento e manipolazione emotiva.
Ciò che rende la serie ancora più inquietante è proprio questo legame con il mondo reale. L’autrice Julie Gearey ha costruito la storia partendo da testimonianze dirette di ex membri di culti britannici, trasformando esperienze autentiche in narrazione. Il risultato non è solo un thriller, ma un racconto che riflette dinamiche sociali concrete, ancora presenti oggi.
Unchosen è ispirata a storie vere: come le testimonianze reali di ex membri di culti britannici hanno costruito la serie

A differenza di molte produzioni che si limitano a evocare il mondo delle sette, Unchosen nasce da un lavoro di ricerca preciso. Julie Gearey ha intervistato persone che sono riuscite a uscire da culti reali nel Regno Unito, molte delle quali profondamente segnate da esperienze traumatiche. La serie non racconta una storia specifica, ma è una sintesi narrativa di più testimonianze, rielaborate per costruire un racconto coerente.
Questo approccio si riflette in dettagli molto concreti: il divieto di tecnologia, la separazione tra uomini e donne, l’isolamento culturale e il controllo sulle informazioni non sono invenzioni drammaturgiche, ma elementi tipici di molte comunità reali. La Fellowship of the Divine funziona proprio perché appare credibile: non è estrema al punto da sembrare irreale, ma abbastanza plausibile da risultare disturbante.
Il coinvolgimento del regista Jim Loach nasce proprio da questa autenticità. La sua lettura della serie non è quella di un semplice thriller, ma di un racconto profondamente radicato nella società contemporanea, dove certe dinamiche continuano a esistere, spesso invisibili.
Il vero significato della serie: perché i culti funzionano davvero tra bisogno di appartenenza e abuso di potere
Uno degli aspetti più interessanti di Unchosen è che non rappresenta i culti solo come luoghi di violenza e coercizione, ma anche come spazi che offrono qualcosa di reale: appartenenza, sicurezza, identità. Ed è proprio questo il punto più scomodo della serie.
Le testimonianze raccolte da Gearey mostrano chiaramente questo “doppio volto”: da un lato comunità che offrono supporto e struttura, dall’altro sistemi chiusi dove il potere non viene mai messo in discussione. Il problema non è solo il leader, ma l’intero meccanismo che impedisce alle persone di fare domande.
È qui che la serie diventa attuale. I culti non funzionano perché sono irrazionali, ma perché rispondono a bisogni profondi, soprattutto in momenti di incertezza sociale. Offrono risposte semplici, identità definite e una struttura rassicurante. Ma il prezzo è altissimo: la rinuncia al pensiero critico e all’autonomia personale.
I culti esistono davvero nel Regno Unito: numeri, casi reali e perché sono più vicini di quanto pensiamo
Uno degli elementi più sorprendenti emersi dalla ricerca è la diffusione reale di questi gruppi. Nel Regno Unito si stimano oltre 2.000 culti attivi, molti dei quali perfettamente integrati nel tessuto sociale. Non si trovano necessariamente in luoghi isolati, ma spesso vivono “accanto” alla società, senza interagire davvero con essa.
Casi recenti lo dimostrano: dal gruppo Lighthouse, coinvolto in episodi di molestie contro un giornalista, fino alle rivelazioni sulla Jesus Army, dove indagini hanno portato alla luce centinaia di casi di abusi. Questi eventi non sono eccezioni, ma segnali di un fenomeno più ampio e radicato.
La differenza rispetto all’immaginario collettivo – spesso legato a culti americani isolati – è proprio questa vicinanza. Come sottolinea Loach, nel contesto britannico la distanza non è geografica, ma psicologica: queste comunità esistono nello stesso spazio sociale, ma rimangono separate da una barriera invisibile.
Unchosen e la realtà contemporanea: perché la serie parla più del presente che delle sette
Il punto più interessante dell’intero progetto è forse quello meno evidente: Unchosen non parla solo di culti, ma del nostro rapporto con la verità e l’autorità. La serie suggerisce un parallelo diretto con la società contemporanea, dove spesso si sceglie di credere a narrazioni rassicuranti anche di fronte a evidenze contrarie.
Il meccanismo è lo stesso: fiducia cieca, rifiuto del dubbio, bisogno di appartenenza. Non serve essere in una setta per cadere in queste dinamiche. Ed è qui che la serie colpisce davvero, trasformando una storia apparentemente distante in qualcosa di estremamente vicino.
In questo senso, Unchosen non è solo un racconto sulle sette, ma una riflessione più ampia su come funzionano il potere e la persuasione oggi. Ed è proprio questo legame con la realtà a renderla così disturbante.
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