Almost Human 1×03 recensione dell’episodio con Karl Urban

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Almost Human

Una banda di estremisti senza scrupoli prende possesso di un edificio pieno di uffici e fa esplodere una bomba per attirare l’attenzione delle forze di polizia. Il piano è quello di avanzare richieste per ottenere del materiale bellico di ultima generazione, tenendo in ostaggio numerosi innocenti e minacciando di gettarli dal venticinquesimo piano per ogni minuto di ritardo.

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Per fortuna John (Karl Urban) e Dorian (Michael Irby) riescono a introdursi all’interno del palazzo e a mettersi in contatto con una degli ostaggi: la loro sarà una corsa contro il tempo per cercare di sventare il piano dei sequestratori e per salvare tutte le persone rimaste coinvolte.
Rispetto ai primi due, questo terzo episodio appare decisamente loffio. Sarà che i nostri eroi per tre quarti della puntata non fanno altro che salire le scale, sarà che ormai si è capito che Dorian è l’unico androide educato e premuroso in circolazione, sarà che il povero James ha avuto giusto il tempo di risultare simpatico.
L’azione viene concessa a sprazzi, con delle sparatorie saltuarie destinate a tenere viva l’attenzione, unite con siparietti comici appiccicati lì letteralmente come gomme da masticare. I dialoghi poi, anche quelli famigerati in macchina, non aggiungono nulla di nuovo. I due partners ormai sono amiconi: si consigliano i metodi migliori per oliare le giunture cigolanti e si riscaldano il caffè a vicenda. Anche i momenti più seri e le considerazioni esistenziali sembrano quelli scartati dell’episodio precedente, riutilizzati giusto per non buttar via niente. Per quanto riguarda il lato citazionista poi, la trama pesca a pie]ne mani da qualunque caso precedente di poveri cittadini tenuti in ostaggio. La battuta rubata nientepopodimeno che a Star Wars infine, ricorda a tutti il prossimo franchising in cui potremo ammirare all’opera il celeberrimo produttore.

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Certo non tutte le puntate possono essere adrenaliniche, non tutte le storie emozionanti o coinvolgenti, ma questa si limita proprio a riempire lo spazio tra la seconda e la quarta: a quest’ultima l’arduo (e ingrato) compito di far dimenticare e di riconquistare di nuovo la fedeltà dello spettatore.