Person of interest 1X01 – recensione

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    New York. In un vagone della metro semivuoto un gruppetto di bulli prende di mira un barbone. Niente di più sbagliato. L’uomo, apparentemente inoffensivo, rivela doti fisiche del tutto inaspettate: in un attimo mette ko i 4 giovani. Da solo.

    Durante l’interrogatorio alla stazione di polizia, la detective Carter visiona il filmato delle telecamere a circuito chiuso e riconosce nelle mosse del barbone l’addestramento militare dei corpi speciali. Lui, però, rifiuta di collaborare, perfino di dire il suo nome. Carter non riesce ad approfondire: nel frattempo è arrivato un avvocato e qualcuno ha pagato la cauzione. L’uomo è libero. Appena uscito, viene invitato a salire a bordo di una lussuosa automobile, che lo conduce dal signor Finch. Questi sembra conoscere numerosi dettagli della vita del barbone: a cominciare dal suo cognome, Reese, sempre che sia quello vero.

    L’uomo, infatti, lavorava per la CIA, ma col tempo aveva manifestato dei dubbi riguardo al suo operato per il Governo. Il risultato è che adesso tutti lo credono morto. Ma John Reese è vivo (anche se da mesi è ridotto in miseria), e Finch è convinto che gli serva uno scopo. O meglio, un lavoro. Vuole offrirgliene uno. In poche parole, Reese dovrebbe aiutare il suo misterioso interlocutore a prevenire crimini destinati, presto o tardi, a verificarsi. Finch dice di possedere una lista di persone in qualche modo coinvolte in omicidi, rapimenti e quant’altro. Ma non può farcela da solo. Gli sottopone subito un caso: una donna di nome Diane Hansen, legata a un crimine non precisato. Il compito di Reese è scoprire di cosa si tratta e impedire che accada. Niente da fare. Declina l’offerta.

    Una sistemata ai capelli e una rasata alla barba: John cambia look, ha un viso pulito, ma lo sguardo è sempre tormentato. Il notiziario riporta l’episodio della metropolitana: il presunto barbone, inizialmente ritenuto vittima di un’aggressione, è in realtà coinvolto in più crimini in diversi Stati. È quindi diventato una figura d’interesse, A person of interest.

    Così s’intitola la nuova creatura di J.J. Abrams, che aggiunge questo crime drama dal sapore ‘paranoico’ al suo celeberrimo curriculum già intriso di misteri, cospirazioni, universi paralleli e via dicendo (Alias, Lost, Fringe e Alcatraz, tanto per precisare). Ad affiancarlo in questa avventura, Jonathan Nolan, che con Abrams ha sviluppato la serie per poi scriverne la sceneggiatura. Person of interest – la prima stagione di 22 episodi è ancora inedita in Italia – viene trasmessa dall’americana CBS e ha già vinto il premio come Favorite New TV Drama ai People’s Choice Awards 2012.

    Il dramma non manca di certo. Reese (il Jim Caviezel de La Passione di Cristo e La sottile linea rossa), ex agente CIA finito in disgrazia, sembra nascondere un passato assai doloroso. Vari flashback lo mostrano in compagnia di una giovane donna, Jessica (Susan Misner), di cui sembra profondamente innamorato e per cui dice di aver dato le dimissioni. Meglio perdere il lavoro che perdere lei. È l’11 settembre. Quell’11 settembre. Una data che evidentemente ha segnato anche la coppia, in vacanza in Messico. Ma ancora non sappiamo cosa sia accaduto dopo ai due innamorati, o meglio: Finch (Michael Emerson, ovvero Benjamin Linus di Lost), è a conoscenza della loro relazione e accenna alla tragica morte di Jessica – uccisa, a suo dire, mentre Reese era dall’altra parte del mondo. Così facendo, manda su tutte le furie l’ex agente speciale. E gli rinnova l’offerta. Finch fa leva sull’istinto di protezione innato in John, che non rifiuta una seconda volta. Inizia così il loro strano sodalizio.

    Finch è un uomo bizzarro, ricchissimo, sempre elegante, che zoppica vistosamente e vive in una biblioteca abbandonata; Reese, un duro dall’animo nobile (più o meno) che non ha più niente da perdere. E si immerge subito nel mondo di Finch. Nella famosa “lista” non ci sono nomi, ma numeri: numeri di previdenza sociale. A ciascuno è associato un crimine. Il loro compito è prevenire le violenze future.

    Ma qual è il segreto di Finch? Dove trova le informazioni? Lo spiega lui stesso. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il Governo U.S.A. aveva bisogno di controllare la popolazione per poterla proteggere: identificando in anticipo eventuali minacce terroristiche si sarebbero scongiurati nuovi massacri. I cittadini stessi chiedevano protezione, ma non volevano sapere come venivano protetti. Qui entra in campo Finch, miliardario e genio informatico, che ha progettato una macchina capace di smistare i dati rilevati dai “10.000 occhi” e dal “milione di orecchie” di cui dispone. Essa è infatti programmata per dividere i potenziali crimini fra “significativi” (di matrice terroristica, e quindi ‘disastrosi’) e “insignificanti” (di natura domestica, e quindi ‘irrilevanti’). La presenza nel montaggio di varie immagini in bianco e nero registrate dalle telecamere della città ci rende costantemente consapevoli del monitoraggio perpetuo cui la cittadinanza è sottoposta. Un vero e proprio Grande Fratello che capta tutto ciò che viene detto e fatto.

    Solo che mentre i dati “significativi” vengono trasmessi alle autorità, quelli relativi ai crimini “insignificanti” vengono cancellati quotidianamente, allo scadere della mezzanotte. E vanno persi per sempre. Finch, col passare del tempo, si è reso conto di aver commesso un gravissimo errore, permettendo che fossero ignorate innumerevoli violenze ‘minori’. Ecco quindi che, in segreto, si è creato un accesso privato a questi dati e, per maggior precauzione, li ha codificati attraverso nove cifre: i numeri di previdenza sociale delle persone coinvolte. In tal modo, se anche il Governo arrivasse a scoprire la ‘falla nel sistema’, non riuscirebbe a risalire a niente di concreto, tantomeno a Finch.

    I due nuovi partner cominciano quindi a lavorare sul caso Hansen, l’assistente del Procuratore distrettuale invischiata in una storia di poliziotti corrotti e scambi di droga. L’ingegno di Finch trova nell’altissima preparazione di Reese il braccio (armato) di cui ha bisogno per portare a termine la missione. Anche se i metodi dell’ex agente sono molto poco ortodossi.

    Cosa che non sfugge alla detective Carter (Taraji P. Henson, nominata all’Oscar come non protagonista per Il curioso caso di Benjamin Button), che per prima aveva riconosciuto il potenziale di Reese. Quel barbone sporco e malandato sembra essere scomparso nel nulla, ma la donna ha fiutato qualcosa e non ha nessuna intenzione di archiviare il caso.

    Adesso John dovrà scegliere se andarsene una volta per tutte, oppure restare a New York e continuare a collaborare con Finch. In fondo i due non sono così diversi, e sicuramente hanno qualcosa in comune: entrambi sono ritenuti morti. E se porteranno avanti la loro missione, prima o poi si ritroveranno morti per davvero.

    Una delle innumerevoli telecamere disseminate per la città riprende il volto di Reese, che guarda dritto nell’obiettivo. Nei suoi occhi una determinazione nuova. Irresistibile.

     
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    Giovane, carina e disoccupata (sta a voi trovare l'intruso). E' la prova vivente che conoscere a memoria Dirty Dancing non esclude conoscere a memoria Kill Bill, tutti e due i Volumi. Tanto che sulla vendetta di Tarantino ci ha scritto la tesi (110 e lode). Alla laurea in Scienze della Comunicazione seguono due master in traduzione per il cinema. Lettrice appassionata e spettatrice incallita: toglietele tutto ma non il cinematografo. E le serie tv. Fra le esperienze lavorative, 6 anni da assistente alla regia in fiction e serie per la televisione (avete presente la Guzzantina in Boris?). Sul set ha imparato che seguire gli attori è come fare la babysitter. Ma se le capita fra le mani Ryan Gosling...