Da un lato, la fulgida ed accecante luce del sole che accarezza i contorni dei fatti – ma, soprattutto, dei misfatti – della Hollywood “bene”, quella Hollywood Babilonia che ha costruito il suo successo su scandali, pettegolezzi e atti osceni (in luogo privato) già narrata nei due volumi redatti da Kenneth Anger; dall’altra, l’atmosfera apparentemente accogliente – ma, in realtà, gradiva di luci ed ombre – nella quale si muove Ray Donovan insieme alla sua complessa famiglia.

 

Prendendo il nome dal protagonista eponimo, Ray Donovan è la serie cult creata, per il canale via cavo Showtime, da Ann Biderman, già artefice di successi pluripremiati come Southland o NYPD Blue: dopo essere rimasti “serialmente” orfani di anti-eroi di spessore come Tony Soprano o Walter White (protagonisti, appunto, de I Soprano e Breaking Bad), metabolizzato il lutto per la fine di un serial cult dalla scrittura impeccabile come Six Feet Under, i cultori “serial addicted” hanno trovato una nuova serie in cui credere, un prodotto di ottima qualità che affonda la sua sicurezza commerciale nella scrittura ineccepibile, nella costruzione epica dei personaggi nonostante, quest’ultimi, si muovano nel limbo precario tra legalità e criminalità e siano seguaci della famosa “etica dei ladri” che sembra determinare le loro scelte e le azioni compiute, nel passato come nel presente.

Ray Donovan, la serie

Come un cosmo “Donovan-centrico”, la serie trova il suo motore immobile proprio nella figura granitica e virile di Ray Donovan, Raymond all’anagrafe, fixer (meglio noto come “faccendiere”) delle star e delle starlette, angelo custode dei giocatori di football sballati, dei rapper alla deriva e dei divi in rehab. Tutti hanno bisogno di questa versione moderna ed aggiornata del Mister Wolfe tarantiniano, tranne i suoi affetti più cari: non solo Ray è afflitto dal rapporto complicato con la moglie Abby (che sogna un tenore di vita più “alto”, mira ai soldi, a trasferirsi in un quartiere residenziale più esclusivo come le scuole private dove vorrebbe mandare i figli) e con i due fratelli, Terry e Bunchy: il primo è un ex pugile malato di Parkinson che gestisce una palestra (dove, tristemente, allena i giovani campioni di domani); il secondo è un alcolista con problemi legati ad alcuni, gravissimi, ed irrisolti traumi infantili – legati alla presenza di un prete pedofilo nel proprio passato. Il precario (dis)equilibrio nel quale si muove Ray – nuotando, come un enorme pesce, lento ed inesorabile, in un acquario – viene distrutto dal ritorno del padre Mickey: dopo venti anni di carcere, l’uomo torna. E non per riabbracciare la propria famiglia, ma per ottenere la propria vendetta. Tra rabbia, irruenza, vendetta, criminalità, giustizia (privata) e una gamma infinita di tematiche a tinte forti tirate in ballo, la serie trova il giusto equilibrio tra il “drama” vero, cupo, adrenalinico, teso e le sfaccettature infinite dei vari personaggi, creando non solo un contrasto bruciante tra le sagome di cartone che sembrano muoversi sullo sfondo di una Hollywood patinata, e la “carnalità” sofferente del microcosmo di Ray Donovan, sempre in bilico tra eccesso kitsch, vitalistico, e sentimenti oscuri.

La prima stagione forniva già un assaggio del bipolarismo che contraddistingue la serie (arrivata alla quarta stagione, già in onda): il “bipolarismo schizoide” tra il mondo degli affetti di Ray e le esigenze dei suoi clienti, insieme al contrasto tra queste due titaniche figure, quelle di Ray stesso e Mickey. Entrambi si contendono lo “scettro affettivo” e il ruolo di maschio alfa all’interno del loro branco, nonostante le caratteristiche che li rendono così distanti l’uno dall’altro non sono poi due satelliti così estranei dall’incontrarsi, anzi, nascondono numerose affinità che tenderanno ad emergere progressivamente, man mano che si dipanano i conflitti.

Ray Donovan è un prodotto di qualità amato dalla critica, che non fa rimpiangere le grandi serie del passato (più o meno recente) e che può contare su un invidiabile cast di attori, tra regular, protagonisti e “saltuari”: Liev Schreiber, Jon Voight. Eddie Marsan, Elliot Gould, Rosanna Arquette, James Woods, Katherine Moennig, Hank Azaria, Sherily Fenn, Vinessa Shaw, Ian McShane, Katie Holmes, Fairuza Balk, Lisa Bonet e tanti altri nomi illustri.

Visto che la quarta stagione è ora in onda, e ancora non si è certi del futuro della serie (in attesa di sapere se sarà rinnovata o meno), ovviamente è impossibile non ripartire dallo scenario sul quale si era chiuso il precedente capitolo: tra esperienze in bilico tra la vita e la morte, gravidanze inaspettate, misticismo e religione che contrastano con i torbidi segreti celati negli animi dei personaggi, Ray si preparerà ad affrontare il proprio passato (che si ostina a non abbandonarlo) in questo nuovo ciclo di 12 episodi da un’ora l’uno, con i “soliti” volti noti che ricompariranno nonostante qualche repentina trasferta fuori città: perché, almeno parafrasando le parole del regista David Hollander, “è impossibile per la famiglia Donovan lasciare Los Angeles o trovare una città che possa competere con la sua audacia metropolitana”.

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Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Ventiquattro anni, di cui una decina abbondanti passati a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Collabora felicemente con Cinefilos.it dal 2011, facendo ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.