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La Stoffa dei Sogni: Gianfranco Cabiddu presenta il film a Roma

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La Stoffa dei Sogni è l’imponente – ed elegante – opera scritta (insieme a Ugo Chiti e Salvatore De Mola) e diretta dal regista Gianfranco Cabiddu, che ha deciso di imbarcarsi – con uno sparuto gruppo di fidati collaboratori, colleghi, attori e non solo – nella titanica impresa di adattare, per il grande schermo, La Tempesta di William Shakespeare, l’adattamento in napoletano antico ed aulico che ne fece Eduardo De Filippo e la pièce teatrale di quest’ultimo L’Arte della Commedia: la presentano alla stampa il regista, gli attori Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo, I due produttori Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per la Paco Cinematografica (in collaborazione con Rai Cinema) e il delegato di Microcinema Distribuzione.

La prima domanda viene rivolta proprio a Cabiddu, per scrutare un po’ nell’oscuro iter produttivo e distributivo intrapreso da questo film presentato durante la Festa del Cinema di Roma 2015 e che approderà solo adesso in sala, il prossimo 1 Dicembre.

Il regista conferma che la sua più grande fortuna è stata quella di collaborare, in gioventù, proprio con De Filippo mentre stave traducendo ed adattando La Tempesta: si occupava delle riprese, mentre un già malato Eduardo cercava di rendere al meglio le mille sfaccettature dei singoli personaggi coinvolti nella pièce e tutti interpretati da lui stesso. Solo anni dopo quest’evento, scoprendo che l’isola dell’Asinara era diventata un parco protetto, si è reso effettivamente conto della magnifica bellezza incantata del luogo e delle sue infinite possibilità per ospitare I fatti narrati all’interno dell’opera shakespeariana.

Come incipit si è orientato, invece, verso un’altra opera scritta da De Filippo: la commedia L’Arte della Commedia, che vede proprio in scena – fin dall’incipit – un gruppo di guitti (attori girovaghi) che perdono il loro teatro, andato a fuoco: il prefetto al quale si rivolgono si rifiuta di aiutarli, ma da quel momento in poi perde completamente il senso del confine tra realtà e finzione, con personaggi che si avvicendano sulle scena e che sembrano tutti attori, incarnazione di una finzione.

L’intento di Cabiddu, insieme soprattutto a Chiti, era quello di restitutire – attraverso la scrittura – quella leggerezza tipica del teatro trasferendola sul grande schermo, muovendosi in bilico tra la lievità e la soavità che appartiene tipicamente al linguaggio teatrale. Ovviamente, trattandosi di un adattamento tratto anche da De Filippo, non poteva mancare un piccolo cameo, all’inizio del film, del figlio Luca De Filippo (nei panni del capitano del traghetto diretto verso l’Asinara) e morto un anno dopo la fine delle riprese: l’esperienza di questo grande maestro e uomo di teatro ha insegnato a tutti (soprattutto a Cabiddu stesso) a concentrarsi su un messaggio più ampio che fosse veicolato dal film, ovvero che bisogna sempre riferirsi e dialogare con le nostre tradizioni senza perdere la nostra natura, concentrandosi soprattutto sulle nostre tradizioni culturali e, nello specifico, teatrali.

Una nuova domanda riguarda, invece, lo stretto rapporto tra la parola e lo spazio (entrambe protagoniste assolute ne La Stoffa dei Sogni): quale dialogo si è creato tra queste due “entità”, in particolare in relazione allo spazio fisico del paesaggio?

A prendere la parola è sempre Cabiddu, che conferma ancora una volta come l’isola dell’Asinara sia già, di per sé, un personaggio vero è proprio: si tratta infatti di un luogo dal sapore incantato dove può avvenire davvero tutto, un posto dove il turismo non è la risorsa principale, permettendo in tal modo agli attori di restare lontani da alcune comodità della vita moderna (acqua calda, cellulari etc.) e facendoli immergere in una simbiosi totale tra uomo e natura, regalando un’esperienza di andata, ritorno ma soprattutto approdo. Inoltre, sempre parlando dell’apporto fondamentale che ha avuto la precisa scelta della location, nessun membro della crew si può esimere dal considerare l’isola come un luogo che ha conferito loro concentrazione durante il periodo delle riprese, restituendo uno spazio dall’ampio respiro. Ogni luogo, ogni set naturale era assolutamente lontano dal concetto stesso di claustrofobia: la caratteristica era l’ampiezza sconfinata, evocate dal mare, dal palco ricostruito nel carcere, dalla natura incontaminata della vegetazione selvaggia, evocando una natural “empatia scenografica”.la stoffa DEI SOGNI

Dopo il regista, a prendere la parola, sono i due protagonisti e mattatori, gli attori Sergio Rubini ed Ennio Fantastichini: entrambi riconfermano il clima incline al cameratismo che si era creato sul set e il forte legame creato con la natura incontaminata e pericolosa che li circondava: quest’ultima ha regalato a tutto il cast la possibilità di maturare un nuovo impatto con lo spazio, riflettendo sulla sua natura intrinseca che lo rende unico, puro ed incontaminato, fedele solo a sé stesso.

Anche gli altri due membri del cast, Teresa Saponangelo e Renato Carpentieri, condividono il pensiero dei colleghi e sottolineano – ancora una volta – quelle che sono state le caratteristiche chiave della loro avventura shakespeariana: il cameratismo e il ruolo portante della natura, vera “mattatrice” sulla scena, che ha permesso di definire lo spazio della narrazione conferendo un nuovo respiro al film.

La Stoffa dei Sogni: Gianfranco Cabiddu presenta il film a Roma

Dopo aver parlato strettamente del film e della sua essenza, alcune domande spostano il discorso intavolato durante la conferenza dal piano del “realismo magico” de La Stoffa dei Sogni alla realtà effettiva, nuda e cruda: qual è la condizione del cinema italiano oggi e cosa ne pensano I protagonisti del film, regista, produttori e distributore incluso?

Ognuno di loro ha in cantiere nuovi progetti: alcuni ambiziosi (come il film che sta girando Fantastichini, il biopic The Music of Silence su Andrea Bocelli diretto da Michael Radford), altri indipendenti e rischiosi, altri “multitasking” (come Rubini che approderà a teatro, in TV e al cinema) oppure più nel solco della tradizione (una fiction targata Rai per la Saponangelo oppure esperienze di ricerca ed insegnamento teatrale per Carpentieri), ma non sono comunque esenti dalla polemica nei confronti dell’industria del cinema italiano: secondo Ennio Fantastichini, il più coinvolto, oggi tutto si è trasformato, focalizzando l’attenzione non sulla qualità di un film quanto sul numero di copie distribuite, vendute o sul totale degli incassi durante la prima settimana. Più si cerca di piacere a tutti – aggiunge – più ci si limita, puntando in basso. Il rapporto conflittuale tra produzione e distribuzione è così complesso solo in Italia: perfino gli esercenti sono concentrate soprattutto sull’incasso e non sulla bontà della poesia, una caratteristica che invece va difesa a qualunque costo; e questo istinto dovrebbe partire proprio dalle istituzioni, che dovrebbero fornire il buon esempio non solo dimostrando “simpatia” per l’industria dell’audiovisivo ma procedendo con una serie di azioni concrete per migliorare proprio gli aspetti più difficili, sostenendo tutti coloro che, nel settore, cercano di «combattere il sistema, non di assecondarlo».

Sergio Rubini, invece, è pronto a lanciare una nuova polemica rivolta proprio alla stampa e al rapporto conflittuale che spesso intercorre tra gli organi di comunicazione e l’industria della quale dovrebbero parlare: dopo aver citato il commediografo Aristofane con la sua opera Le Rane, concentra la sua attenzione sul problema della percezione collettiva che si ha di un film come La Stoffa dei Sogni che “scomoda” due icone del teatro mondiale come William Shakespeare ed Eduardo De Filippo: «non sono loro il vero problema» , sottolinea Rubini.

Anche il produttore Arturo Paglia ricorda le varie difficoltà incontrate: il montaggio complesso, la ricerca degli sponsor, la partecipazione di Rai Cinema e la regione Sardegna che si sono impegnate a livello produttivo, oltre a Microcinema Distribuzione per la diffusione in sala.

Ed è proprio il delegato della Microcinema a raccontare, dal punto di vista della distribuzione, la sua avventura sia umana ma soprattutto lavorativa: il problema nei confronti dell’industria audiovisiva è ben più ramificato, e si “infittisce” soprattutto nelle aree provinciali dove manca, alla base, una sorta di “educazione al gusto” verso prodotti diversi, ricercati e raffinati del mercato; ovviamente questo problema non è preso in considerazione dalle istituzioni che se ne dovrebbero occupare. A livello umano, invece, il suo percorso è coinciso con quello di Cabiddu sovrapponendosi in più punti: da ragazzo di provincia in cerca di fortuna a Roma a giovane assistente di Ferruccio Marotti, diviso tra dipartimenti vari incentrati sullo spettacolo, questo iter è sembrato riemergere solo davanti alla lettura del copione di La Stoffa dei Sogni, spingendolo in tal modo a percepire che quello era davvero il momento giusto per investire su questo ambizioso progetto, visto che «se possiamo sognare, perché non farlo dopo aver letto la poesia?»

È Rubini a chiudere il discorso prima di approfondirne un altro, sottolineando il fatto che, oggi come oggi, è impossibile pensare al “Cinema d’Autore” vincolandolo solo al circuito delle sale: oggi il vero luogo promettente è la TV (nonostante le discussioni in merito), come mostrano spesso I risultati oltreoceano è l’ultimo avamposto dov’è ancora possibile pensare alla qualità della scrittura, in modo tale da preservare gli autori; si tratta di una scrittura vicina alla modernità che può raccogliere più soldi permettendo anche di allargare lo spettro degli ipotetici supporti di distribuzione e fruizione di un’opera. E sempre l’attore pugliese viene accostato, nella domanda successive, alla figura immortale di Eduardo De Filippo: quanto il suo personaggio nel film, il capocomico Oreste Campese, è un omaggio alle tante maschere del grande Maestro, come ha interpretato il ruolo meta – teatrale di Prospero (se sempre con questo modello in mente), e come ha reagito di fronte al ruolo?

la stoffa dei sogniL’attore si è definite subito entusiasta nei confronti del film: voleva farne parte, per cui ha aspettato con pazienza le innumerevoli difficoltà superate dalla produzione e da Cabiddu. Per quanto riguarda il confronto con De Filippo, oltre ad una vaga (e velata) somiglianza fisica ha cercato di staccarsi assolutamente da quel modello di partenza e da qualunque suggestione in merito, lavorando piuttosto sull’empatia immediata che ha provato, leggendo, nei confronti del personaggio, liberandosi da ogni tipo di cliché che aveva in mente.

E Fantastichini, invece, come ha visto e percepito il personaggio del direttore del carcere, il vero Prospero del film?

Il film – commenta l’attore – è una sorta di doppio racconto incrociato, che procede lungo due binari paralleli tra la vita, le situazioni che accadono e nel quale si ritrovano coinvolti I personaggi: sono queste circostanze che spingono il direttore del carcere ad identificarsi con Prospero, uno dei protagonisti de La Tempesta di Shakespeare. Il copione l’ha coinvolto da subito, spingendolo a prendere parte al progetto nonostante le innumerevoli difficoltà che sapeva avrebbe incontrato lungo il percorso; un ulteriore elemento che l’ha spinto a decidere è stato proprio il fattore determinante del rapporto tra il direttore e sua figlia, Miranda: anche Fantastichini nella vita è un padre e gli sta a cuore il tema della libertà, che è la forma più alta d’amore, la semplice possibilità di poter lasciar andare I propri figli per vederli crescere liberi e felici, alla ricerca del loro posto nel mondo.

Anche la Saponangelo e Carpentieri intervengono nella questione: la prima era emozionata di fronte alla sola possibilità di poter adattare un testo di Shakespeare in una lingua così nobile come il napoletano antico, un dialetto così aulico: questa opportunità, insieme a quella di aver condiviso il set con altri attori del genere, l’ha fatta sentire orgogliosa di essersi lasciata coinvolgere; Carpentieri, invece, è rimasto positivamente colpito dalla delicatezza di certi momenti narrate da Cabiddu nel corso del film (come il legame tra i giovani Miranda e Ferdinando), dove ogni piccolo gesto si trasforma in un grane atto d’amore o di libertà nonostante la nostra società sia immerse nell’epoca della velocità, dove tutto è così rapido: qui in questa storia, al contrario, il tempo e il respiro rallentano recuperando il loro ritmo natural e la dimensione del sogno. L’attore confessa inoltre di sognare da sempre di interpretare La Tempesta nella rilettura di Eduardo: quando, sul set, lo confesso al figlio Luca De Filippo, la sua replica fu lapidaria e, ironicamente, basata su un discorso di incassi e ritorno economico: «ma quella non fa soldi!»

A chiudere la ricca conversazione è, ancora una volta, Cabiddu stesso che parafrasa Eduardo per parlare del lavoro sul set: “Nel tetro vero, se non ascolti gli altri non ascolti te stesso”, e infatti la forza de La Stoffa dei Sogni sono stati anche i suoi attori che sono stati in grado di collaborare tra loro ascoltandosi ed escludendo le suggestioni del mondo esterno dal processo creative (complice anche al natura impervia del luogo) realizzando, alla fine, un prodotto collettivo dove ognuno di loro ha trovato qualcosa di sé nel testo e ha contribuito con un proprio, forte, apporto personale.

L’ultimo pensiero va proprio a Luca De Filippo, e al ricordo che Cabiddu ha del suo coinvolgimento nelle riprese: avevano collaborato insieme, a teatro, innumerevoli volte, e per entrambi questo film rappresentava la possibilità di rendere omaggio ad un modo tradizionale di fare – e vedere – il teatro: a maggior ragione nell’ultimo periodo (prima della sua prematura scomparsa), le preoccupazioni maggiori che aveva erano legate alla sorte della propria compagnia una volta che non ci sarebbe stato più. Ma, come accade sulla scena, anche nella vita è la tradizione che permette al tempo di aggiustare tutto e di poter continuare, incessante, a scorrere.