
Quello che colpisce alla fine della visione di We are young We are strong è sicuramente l’età di chi lo ha realizzato. Il regista è nato nel 1980, all’epoca dei fatti era quindi un dodicenne, alcuni degli attori non erano neanche nati oppure erano poco più che infanti. Questo infonde alla pellicola un sentimento particolare, di ricostruzione di un passato che sia utile per il futuro piuttosto che la ricostruzione di un ricordo di un’esperienza vissuta.
Il film ricorda, soprattutto per la fotografia, un netto bianco e nero e l’ambientazione, una periferia (in questo caso di un grande paese) l’esordio di Matthieu Kassovitz L’odio, di cui i ragazzi protagonisti del film di Qurbani portano la caratteristica principale: la mancanza di un punto di riferimento che indichi cosa fare e dove andare.
Importante in questo senso la risposta che uno dei ragazzi dà al giornalista tv che chiede loro che cosa fanno lì: “Prima avevamo poco ma sapevamo che era così per tutti e andavamo avanti, ora abbiamo ogni libertà ma siamo soli”.
La ribellione ai padri, alle ideologie che si materializza contro un nemico scelto a caso inquadrato in questo caso nel simbolo del “Palazzo Girasole” che prima ospita gruppi di sfollati rom e sinti una volta evacuati, lasciano solo immigrati vietnamiti che nessuno fino a quel momento aveva considerato. Ma va bene lo stesso, l’obiettivo è “spaccare tutto e fregarsene del passato”. Il nuovo nemico è servito.
In 24 ore si descrive un sentimento, che purtroppo spesso e tutt’ora è più che mai attuale. Bisognerebbe alzare lo sguardo al di sopra di tutto, come per metafora fa il drone che vola sopra il palazzo dell’attacco per realizzare che facciamo parte tutti di un identico sistema, lottando allo stesso modo per la vita migliore possibile.
