manto acuìfero recensioneL’australiano Michael Rowe ci racconta Manto Acuìfero, narrazione che celebra il rito di passaggio dall’infanzia al mondo degli adulti di una bambina che sta vivendo un momento particolare della sua giovane esistenza.

 

Caro ha otto anni. I suoi genitori divorziano e lei va vivere con la madre e il suo nuovo fidanzato, che lei fatica a vedere come il nuovo padre. Nonostante la madre le abbia fatto capire a chiare lettere che non vuole più avere a che fare con il padre, Caro si sente abbandonata e non desidera nient’altro che il genitore ritorni. Giocando in giardino, si rifugia nei pressi del pozzo del cortile dietro casa, un luogo segreto che nutre la sua fervida immaginazione. Si allontana sempre di più dalla madre, che d’altro canto sembra tutta protesa verso il nuovo compagno e poco propensa ad aiutare la figlia in questa particolare fase di cambiamenti importanti. Contemporaneamente riscopre foto, segreti e interessi del padre lontano, con morbosa attenzione, tanto che finisce per creare una specie di santuario a lui dedicato in fondo al pozzo dove si rifugia.

Come accennato, il film ci racconta il passaggio dall’innocenza all’età adulta, dalla purezza dell’essere bambino alla crudeltà di commettere il primo atto violento, la prima efferatezza, il primo gesto da adulto (con tutte le implicazioni negative del caso). Rowe ci racconta una storia a misura e ad altezza di bambino, o meglio di bambina, questa Caro che, taciturna e apparentemente assente in famiglia, è vivace, curiosa e intelligente in mezzo alla natura, in questo immenso giardino nel quale lei riscopre animali e insetti che nutrono la sua fantasia.

La narrazione procede lenta, prevalentemente affidata a piani fissi e silenziosi, che ci mostrano semplicemente la quotidianità della vita nel suo svolgersi inesorabile e continuo. Proprio per questo Manto Acuìfero risulta essere particolarmente ostico, non riesce a mantenere alta l’attenzione e naufraga in un tentativo di raccontare lo svezzamento alla violenza e alla vita “vera”, concentrando nei secondi finali tutto il significato di un film che altrimenti raccontato sarebbe stato ben più interessante.

Nel cast un taciturno terzetto di attori Zaili Sofía Macías Galván, Tania Arredondo e Arnoldo Picazzo che realizzano ritratti essenziali e quotidiani di personaggi che non hanno nulla di straordinario.

La normalità è una dimensione che al cinema è spesso sottovalutata, ma che qualche volta ha bisogno di qualche orpello per risultare interessante.