La mattina del 1 ottobre all’alba (e più o meno fino alle ore 11) un gregge di circa 700 pecore ha invaso una delle piazze più famose d’Europa, Piazza del Duomo di Milano.

Il numeroso gregge è stato portato nella piazza della metropoli italiana – la città per antonomasia del business e della tecnologia e una delle più industrializzate e cementificate d’Europa – per girare le scene finali del film d’esordio nel lungometraggio del 31enne talentuoso regista Marco Bonfanti, già autore di due premiatissimi cortometraggi: “Le Parole di Stockhausen” e “Ordalìa”. Uno scenario surreale dunque per i turisti e i cittadini presenti. La notizia ha fatto il giro della stampa mondiale, generando attenzione attorno al problema della sparizione di un mondo fatto di tradizioni, semplicità e purezza, spazzati via dall’incedere del progresso.

Il titolo della docu-fiction è “L’Ultimo Pastore” (prodotto da Anna Godano, Franco Bocca Gelsi e Paolo Pelizza per Gagarin e BB Productions), e racconta in maniera poeticamente evocativa la storia romanzata del pastore nomade Renato Zucchelli, realmente l’ultimo “superstite” di quest’antico mestiere, che esercita ancora per passione (e per scelta personale) spostandosi nel tessuto urbano milanese – tra Lambrate, le tangenziali, le superstrade e Milano 2. Un omaggio ad un mondo forse andato per sempre perduto, e a chi ancora cerca di praticarne i riti (come il “gai”, una lingua pre-medievale di origine camuna e utilizzata dai pastori, della quale Renato Zucchelli è uno delle dieci persone che ancora ne sono a conoscenza in tutto il mondo) e mantenerne vive le immagini suggestive. Si tratta di una sorta di fiaba, un bizzarro viaggio in cui il protagonista supera mille difficoltà e compie tantissime avventure come un moderno Don Chisciotte, per riuscire a giungere dai bimbi delle scuole elementari di una metropoli, ormai tristemente ignari di cosa siano un pastore e delle pecore.