Tra i maggiori successi del regista Garry Marshall, Pretty Princess spicca soprattutto per aver lanciato nel mondo del cinema una delle migliori e maggiormente apprezzate attrici di tutti i tempi: Anne Hathaway.

L’allora diciannovenne Anne, venne scelta – si dice – proprio perché durante il provino scivolò dalla sedia, interpretando di fatto la goffaggine di Mia, la protagonista del film.

Dai numerosi buonismi di dineyana memoria, la pellicola ha il suo fiore all’occhiello nella compartecipazione della grande Julie Andrews, indimenticata Mary Poppins, che qui fa le veci della buona regina di Genovia.

Tratto dalla serie di libri per ragazzi di Meg Cabot, Princess Diaries (questo il titolo originale) narra le vicende di una comune ragazza di San Francisco che scopre di essere ricca erede al trono di un paese lontano.

Godibile divertissement per piccini e adulti, la pellicola trovava il suo punto di forza nella trasformazione di Mia da brutto anatroccolo a splendido cigno, sorta di processo esteriore ma anche interiore, forse un po’ qualunquista ma che incontra da sempre il favore del pubblico.

Pretty Princess: il film di Garry Marshall

Pretty PrincessFin dai tempi in cui Billy Wilder faceva sbocciare Audrey Hepburn in Sabrina, la ricerca della propria identità, è sempre stato uno dei leitmotiv più trattati in ambito letterario come cinematografico. Quel percorso di introspezione interiore che porta alla riscoperta del vero sé e soprattutto all’accettazione di sé stessi…pur con certe migliorie. In questo risiede tuttavia la grande ambiguità nel trattare tali argomenti: se ci si deve amare per come si è…come mai bisogna rendersi esteticamente accattivanti?

Mistero. Che pare trovare una controparte solo in film come Shrek dove, a dispetto proprio dello stereotipo Disney, il brutto rimane brutto, e la bella… diventa orco.