Trust Me: Il falso profeta, la storia vera dietro alla docuserie Netflix

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Astute manipolazioni, matrimoni spirituali con minorenni e un controllo assoluto sui seguaci. È questo il mondo oscuro di Samuel Bateman, il leader di una setta scissionista della Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (FLDS), recentemente condannato a 50 anni di prigione federale, dopo essersi dichiarato colpevole di cospirazione per il trasporto di una minorenne a fini sessuali e cospirazione per sequestro di persona.

La sua parabola criminale e il coraggio di chi ha rischiato tutto per fermarlo sono al centro di Trust Me: Il falso profeta, la nuova docuserie in quattro parti diretta da Rachel Dretzin, disponibile su Netflix dall’8 aprile. La serie mostra come la comunità mormone poligama guidata da Warren Jeffs — condannato nel 2011 per aver abusato sessualmente di due minorenni della sua comunità — sia caduta nelle mani di un altro uomo pericoloso.

Il passaggio di testimone

Prima che Bateman, autoproclamatosi profeta, cominciasse a sposare e abusare sessualmente di ragazze minorenni all’interno della comunità FLDS, il leader era Warren Jeffs, che aveva ereditato a sua volta il ruolo di “profeta” e presidente della FLDS dal padre Rulon nel 2002.

Rachel Dretzin, infatti, aveva già raccontato nella docuserie Netflix Keep Sweet: pregare e obbedire dei crimini sessuali legati alla Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Ma, dopo l’arresto di Jeffs, la comunità era ancora sotto la sua influenza, anche dalla prigione. I membri della FLDS erano diventati ancora più vulnerabili, non solo perché privi di una guida, ma anche perché Jeffs aveva imposto loro il divieto di sposarsi o avere figli, lasciando migliaia di persone incapaci di andare avanti con la propria vita. È in questo contesto che ha potuto iniziare la sua ascesa Sam Bateman.

Diversi elementi hanno reso possibile a un predatore come Bateman di infiltrarsi nella comunità. Innanzitutto, il territorio: estremamente isolato e situato in una zona remota tra Utah e Arizona, limitava quasi completamente i contatti con l’esterno. Un altro fattore cruciale riguarda l’educazione delle donne, che fin dalla nascita vengono istruite a un’obbedienza totale, soprattutto verso gli uomini, rendendo difficile per loro opporsi anche quando vengono chiamate a compiere azioni sbagliate “in nome di Dio”.

Negli ultimi anni il mormonismo ha acquisito maggiore visibilità in televisione, ma la FLDS rimane un ramo estremo e distinto dalla Chiesa mormone tradizionale. In questa comunità si nasce ed è estremamente raro che qualcuno vi entri dall’esterno. Bateman ha saputo sfruttare questa dinamica, prendendo di mira le persone più vulnerabili, in particolare giovani donne private della possibilità di avere figli da Jeffs. Convincendole di essere un tramite divino, ha fatto credere loro che fosse nuovamente permesso sposarsi e diventare madri.

Le riprese nascono da “dentro”

Trust Me: il falso profeta
© Netflix

Molto prima che il caso arrivasse in tribunale, il funzionamento interno del gruppo veniva già documentato dall’interno da Christine Marie, ricercatrice di culti, e suo marito, il videomaker Tolga Katas.

Si sono trasferiti nel 2016 a Short Creek, nello Utah. Essendo tra i pochi residenti non appartenenti alla FLDS, hanno visto un’opportunità per avvicinarsi al gruppo e documentare dall’interno i crimini di Bateman. La coppia, che ha incontrato Bateman nel 2017, lo ha filmato insieme alle sue mogli dal 2019 fino al suo arresto nel 2022.

“Quando ho visto i loro filmati, sono rimasta senza parole”, racconta Dretzin a Vanity Fair riferendosi al suo incontro nell’inverno del 2023 con i filmmaker sotto copertura. “È davvero uno dei materiali più straordinari che abbia mai visto come regista.” Le loro personalità eccentriche si sono rivelate un ulteriore punto di forza: “Ho apprezzato fin da subito il loro lato colorito. Christine indossa stivali da cowboy rosa. Tolga ha uno stile molto turco. Sono persone davvero interessanti e fuori dagli schemi.”

Christine e Tolga sono stati inizialmente molto cauti nel condividere i loro filmati, consapevoli sia del loro valore sia del rischio che potessero essere sensazionalizzati. Dopo lunghe discussioni, hanno deciso di fidarsi di Dretzin grazie alla sua conoscenza approfondita della comunità. In circa sei anni avevano raccolto tra le 250 e le 300 ore di materiale.

A differenza di altri documentari sulla FLDS, quasi sempre raccontati dall’esterno, questo offre uno sguardo senza precedenti dall’interno, quasi come fossero video di famiglia, mostrando in modo intimo una realtà normalmente inaccessibile. Un elemento sorprendente è la disponibilità di Bateman a farsi filmare, forse spinto dal suo complesso di grandezza.

Le voci delle vittime

La docuserie dà voce anche ad alcune ex seguaci, come Julia e Naomi (“Nomz”), che hanno trovato il coraggio di parlare. Per loro è stato un passo estremamente difficile, considerando l’ambiente chiuso e diffidente verso i media in cui sono cresciute. Naomi, in particolare, era inizialmente molto fragile dopo aver scontato due anni di carcere per un reato commesso su richiesta di Bateman. Tuttavia, nel tempo ha mostrato un percorso di crescita significativo, riuscendo a ritrovare sé stessa.

Non tutte le donne hanno però lasciato il culto. Molte continuano a seguire Bateman anche dal carcere, mantenendo contatti frequenti con lui. Nove ragazze minorenni sono riuscite a liberarsi dalla sua influenza e testimoniare in tribunale, ma le loro madri, sorelle e altri adulti della comunità, continuano, per la maggior parte, a seguirlo.

Questo dimostra quanto il controllo psicologico sia ancora attivo e quanta strada ci sia ancora da fare per eliminare idee così profondamente radicate. La speranza è che la docuserie possa aiutare altre vittime a uscire dalla rete di Bateman.

L’utilizzo del AI come tutela per le minori

Rachel Dretzin ha scelto di oscurare l’identità delle vittime minorenni senza sfocare completamente i loro volti. Questa decisione rispecchia la volontà di mostrare le emozioni delle bambine e far emergere la loro età, preservando così l’impatto emotivo delle immagini.

Il processo, durato circa nove mesi, ha integrato un lavoro accurato tra persone e tecnologia per garantire che l’IA fosse applicata in modo sensibile ed efficace. Tutto ciò ha permesso, al tempo stesso, di tutelare le minori e raccontare una storia altrimenti difficile da narrare.

La condanna di Samuel Bateman segna la fine di un capitolo giudiziario, ma la partita è ancora aperta: molte sono le persone che, ancora oggi, vedono in lui una guida divina. Trust me: Il falso profeta non è una docuserie che si limita a raccontare l’orrore vissuto dalle vittime, ma vuole proporsi come strumento di consapevolezza. La speranza è che la voce di Julia, Naomi e delle altre sopravvissute possa viaggiare oltre i confini della comunità, diventando d’ispirazione per chiunque si trovi ancora prigioniero di un culto, dimostrando che fuggire e ritrovare se stessi è ancora possibile.

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