La nuova serie HBO Rooster, creata da Bill Lawrence insieme a Matt Tarses, arriva con un pedigree televisivo di tutto rispetto e con un protagonista amatissimo come Steve Carell. La premessa, almeno sulla carta, sembra promettere una comedy agrodolce capace di riflettere sui rapporti familiari, sull’identità e sulle seconde possibilità. Al centro della storia c’è Greg Russo, autore di bestseller estivi – romanzi leggeri e un po’ trash pensati per la lettura sotto l’ombrellone – che, nonostante il successo commerciale, attraversa una fase personale complicata.
Greg è ancora scosso dalla fine del suo matrimonio, distrutto dalla sua stessa infedeltà. Per provare a cambiare aria e uscire da una routine che ormai gli pesa, accetta con riluttanza un incarico come Writer in Residence presso il prestigioso e immaginario Ludlow College, nel Nord-Est degli Stati Uniti. In realtà la sua decisione è guidata anche da un altro motivo: avvicinarsi alla figlia Katie, docente di storia dell’arte nella stessa università.
Katie sta vivendo una crisi personale molto simile a quella del padre. Il marito Archie, storico specializzato in Russia, l’ha lasciata per una sua studentessa, Sunny, gettandola in uno stato di smarrimento emotivo. Greg, preoccupato per lei e consapevole di non essere stato sempre il genitore più presente, cerca di starle vicino senza risultare invadente.
Questa premessa lascia intravedere la possibilità di una serie intelligente e sensibile, capace di esplorare il legame tra padre e figlia in età adulta. Tuttavia, con il passare degli episodi, Rooster fatica a sviluppare davvero questa promessa narrativa e si rifugia invece in una struttura comica sorprendentemente prevedibile.
Steve Carell tra ironia e malinconia: il protagonista che prova a salvare Rooster
Steve Carell costruisce Greg Russo come una figura familiare per chi conosce la sua carriera: un uomo brillante ma emotivamente goffo, capace di oscillare tra sarcasmo e vulnerabilità. È una caratterizzazione che ricorda, in parte, alcune sue interpretazioni più riuscite, dove la comicità nasce dalla fragilità del personaggio più che da gag esplicite.
Greg è infatti un autore che ha costruito la propria fama scrivendo le avventure di “Rooster”, protagonista dei suoi romanzi popolari. Il personaggio letterario incarna una versione più audace e sicura di sé, quasi l’opposto dello stesso Greg. Quando arriva a Ludlow College, lo scrittore decide di provare a imitare il suo alter ego narrativo: uscire dalla propria zona di comfort, vivere nuove esperienze e affrontare la vita con più coraggio.
Durante la prima stagione – composta da dieci episodi, anche se per la critica ne sono stati resi disponibili soltanto sei – Greg sperimenta una sorta di tardivo percorso universitario. Stringe un rapporto di amicizia con la professoressa Dylan Shepard, esplora una nuova relazione sentimentale e tenta di trovare un equilibrio con Katie.
Il problema è che gran parte di queste dinamiche rimane solo accennata. Le situazioni si susseguono senza mai evolvere davvero e molti momenti che dovrebbero avere un peso emotivo vengono liquidati con battute rapide o sviluppi narrativi frettolosi. Carell fa il possibile per dare profondità al personaggio, ma spesso sembra lavorare contro un materiale che non gli offre abbastanza spazio.
Il rapporto padre-figlia che Rooster avrebbe dovuto raccontare
L’aspetto più promettente della serie era probabilmente proprio il rapporto tra Greg e Katie. Il tema delle relazioni tra padri e figlie adulte è ancora relativamente poco esplorato nella televisione comica contemporanea, e Rooster sembrava avere tutte le carte in regola per affrontarlo con sensibilità.
Nel corso della stagione emerge un dettaglio interessante: Greg, nonostante i suoi errori, è il genitore più emotivamente disponibile, mentre l’ex moglie Elizabeth rappresenta la figura più distaccata e pragmatica. Questo ribaltamento dei ruoli familiari tradizionali avrebbe potuto offrire spunti narrativi originali.
Invece la serie dedica sorprendentemente poco tempo a questo rapporto. Ci sono momenti in cui Greg e Katie mostrano una vera complicità – conversazioni imbarazzate, tentativi di supporto reciproco, piccoli gesti di affetto – ma queste scene restano frammentarie e spesso vengono interrotte da sottotrame meno interessanti.
Una di queste riguarda proprio Archie, l’ex marito di Katie, la cui presenza ricorrente nella storia trasforma la crisi matrimoniale in una dinamica ripetitiva. Il continuo botta e risposta tra lui e Katie diventa presto estenuante e finisce per occupare uno spazio narrativo che avrebbe potuto essere dedicato all’evoluzione del rapporto padre-figlia.
A questo si aggiungono personaggi secondari poco incisivi: un poliziotto che sembra avere un’irritante ossessione per Greg, oppure varie figure accademiche coinvolte nelle politiche interne dell’università. Le questioni legate ai bilanci, alle assunzioni e alla burocrazia universitaria risultano però sorprendentemente poco coinvolgenti.
Una comedy che si rifugia in gag prevedibili
Il problema più evidente di Rooster emerge nel tono della comicità. Nonostante l’esperienza dei suoi creatori, la serie ricorre spesso a gag datate e a situazioni che sembrano appartenere a un’altra epoca della televisione.
Alcuni momenti lo dimostrano chiaramente. In una scena Greg, citando Moby Dick, definisce una studentessa una “balena bianca”, venendo subito convocato nell’ufficio del preside con l’accusa di body shaming. L’episodio cerca di ironizzare sulle tensioni culturali contemporanee nei campus universitari, ma la battuta risulta prevedibile e poco incisiva.
Il punto più basso arriva però nel terzo episodio, quando Greg inciampa durante una lezione e usa accidentalmente il seno di una studentessa per evitare di cadere. La gag punta su un umorismo da commedia universitaria piuttosto grossolana, che appare fuori luogo rispetto al tono più malinconico che la serie sembrava voler adottare.
Questo tipo di comicità non sarebbe necessariamente un problema se fosse inserito in un contesto narrativo più solido. Tuttavia, in Rooster le battute sembrano spesso riciclate o semplicemente poco ispirate. L’impressione è che la serie non riesca a trovare una voce autentica, oscillando tra satira accademica, commedia familiare e humor da campus movie senza mai scegliere davvero una direzione.
Il risultato finale è una stagione che, nonostante la presenza di un cast di talento e di autori con una lunga esperienza televisiva, finisce per sembrare una variazione di storie già raccontate altrove. Le dinamiche ricordano vagamente altre narrazioni sul rapporto tra genitori e figli adulti, mentre lo stesso Carell riprende sfumature di personaggi che ha interpretato in passato.
Alla fine, ciò che resta è la sensazione di un’occasione mancata. Rooster possedeva tutti gli elementi per diventare una comedy intelligente sulle seconde possibilità e sui legami familiari, ma si perde in una serie di situazioni prevedibili e personaggi poco memorabili. Anche con il talento di Steve Carell al centro della scena, la serie non riesce davvero a “cantare”.
Rooster
Sommario
In Rooster le battute sembrano spesso riciclate o semplicemente poco ispirate. L’impressione è che la serie non riesca a trovare una voce autentica


Steve Carell tra ironia e malinconia: il protagonista che prova a salvare Rooster
Una comedy che si rifugia in gag prevedibili