Almost Human 1×12 recensione dell’episodio con Karl Urban

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Nella dodicesima puntata di Almost Human, un giovane imprenditore di successo viene aggredito nel suo attico da un uomo con il viso sfigurato. L’assalitore lo uccide con un’iniezione letale alla base del cranio ma, quando estrae la siringa, questa appare piena di uno strano liquido luminescente. Solo dopo averla accuratamente riposta l’assassino lascia l’appartamento, senza abbandonare alcuna traccia dietro di sè.

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A sospettare che si tratti di un caso d’omicidio è il detective Valerie Sthal (Minka Kelly): la vittima era infatti un Cromo, un umano geneticamente modificato come lei, immune a problemi cardiaci di alcun genere. L’ipotesi che sia morto per un comune infarto non può quindi risultare credibile. Sarà Dorian (Michael Ealy) ad accorgersi della minuscola puntura sul collo della vittima, portando alla luce un sorprendente indizio: la ferita racchiude il DNA di sette diverse persone, che dai registri della polizia risultano decedute nell’ultimo anno per un attacco di cuore.
Nel complesso la penultima puntata della serie corre spedita, guidando l’indagine attraverso molti momenti ora divertenti, ora riflessivi, anche se alcuni risultano meglio riusciti di altri. Il personaggio di Minka Kelly continua a ritagliarsi nuovo spazio e, anche se non rivela ancora nulla sul proprio passato, acquista sempre più spessore. Il momento di “chiacchiere tra donne” tra il Detective Sthal e il capitano Maldonado (Lili Taylor) ad esempio arriva come una piacevole novità, dopo undici puntate in cui la nostra bella veniva per lo più maldestramente corteggiata da John Kennex (Karl Urban).
Anche la parentesi ambientata nella periferia della città, dove John e Dorian devono recarsi per trovare un informatore, regala una pausa divertente e interessante: nelle atmosfere cupe e in mezzo alle lotte illegali tra androidi che ricordano vagamente le sequenze più cupe di A.I. – Intelligenza Artificiale, il telefilm si concede una gag che potrebbe adattarsi ad un interrogatorio condotto da Will Smith in Man in Black.
Gli altri intermezzi comici lasciano un po’ il tempo che trovano, soprattutto quello ai danni del povero Rudy (Mackenzie Crook). Le discussioni in macchina poi si fanno più profonde del solito e, tra una battuta di spirito e l’altra, i nostri eroi si interrogano persino su quale sia il confine tra l’utilità e l’esagerazione della tecnologia nella vita di tutti i giorni. Partendo dall’analisi di un appuntamento romantico fallimentare del detective Kennex. Una nota di merito originale per la scelta delle canzoni di sottofondo, per la prima volta significative ed effettivamente di commento alle sequenze che accompagnano.

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Il finale scivola però nella melassa di uno sviluppo narrativo abbastanza banale e lascia l’amaro in bocca, soprattutto tenendo conto del finale sempre più vicino. Ad una settimana dalla conclusione della prima serie infatti tutti i misteri abbozzati sono senza una risposta e della tensione che ci si aspetterebbe non c’è ancora segno.