American Horror Story: Asylum 2×02 – recensione

Ricordate come ci siamo lasciati la settimana scorsa? Con quell’interrogativo sugli alieni? Ecco, prendetelo e mettetelo momentaneamente da parte perché nel mondo di American Horror Story è arrivato Halloween!

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Tricks and treats, secondo episodio di questa nuova stagione, riprendere in mano la questione degli sposini dell’orrore del 2012, Leo e Teresa: il primo, praticamente spacciato, la seconda rincorsa da quello che sembra essere il villain della stagione, Bloody Face, dal quale riesce a scappare rinchiudendosi in una cella del manicomio. Cella tramite cui si torna nel 1964, a casa della compagna di Lana Winters la quale si lascia prendere dai sensi di colpa per aver ceduto al ricatto di Sister Jude e aver firmato per l’internamento nel manicomio di Briarcliff di Lana. Preda dello sconforto più nero, viene punita per essersi dimenticata i dolcetti di Halloween nel peggiore dei modi, direttamente da Bloody Face. Il che lascia supporre che Kit sia davvero innocente.

Nel mentre al Briarcliff Sister Jude concorda con il Dottor Arthur Arden che è il caso di sottoporre a una serie di sedute di elettroshock la povera Lana al fine di estirpare dalla sua mente qualsiasi tipo di ricordo possa conservare, così da evitare che possa scrivere il suo pezzo sul manicomio. Dal canto suo la giornalista medita la fuga tramite il tunnel che l’ha condotta al manicomio insieme a Grace, l’unica di cui si fida, la quale vuole portare con loro anche Kit, convinta che sia innocente. In questo episodio fa il suo ingresso l’imprescindibile Zachary Quinto nei panni del Dottor Oliver Thredson, psichiatra inviato al Briarcliff per redigere una perizia su Kit il quale, lungi dall’essere dichiarato infermo mentalmente, racconta tutta la verità sul suo rapimento alieno. Risultato della diagnosi: infermità mentale acuta.

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Durante la notte di Halloween nel manicomio di Sister Jude c’è un nuovo arrivato: un ragazzo completamente fuori di testa che si rivelerà essere posseduto e renderà necessario l’intervento di un prete per il più canonico degli esorcismi. Grazie a questo espediente, al quale parteciperanno il Dottor Thredson (incredulo nel vedere cosa succede davanti ai suoi occhi), il Monsignor Howard (un Fiennes che sembra del tutto inconsapevole di dove si trovi) e Sister Jude, della quale viene svelato il terribile segreto: prima di diventare suora (già in là con l’età), la sorella, preda della lussuria più sfrenata, si divertiva a intrattenere giovani uomini e una sera, tornando a casa, investì e uccise una bambina senza neanche fermarsi e scendere dalla macchina.

Qualche dettaglio in più viene raccontato anche di altri personaggi: il Dottor Arden sembra nutra un certo debole per Sister Mary Eunice e sfoga questa pulsione con ragazze in affitto. La ragazza affittata per Halloween però pecca di eccessiva curiosità e, curiosando in una scatola in casa del Dottore, trova delle foto di gente sequestrata e legata; Chloe Sevigny, che interpreta il ruolo della ninfomane, si scopre in realtà essere solo una donna a cui piace il sesso che, per ripicca nei confronti di un marito che continuava a tradirla, decide di rendergli pan per focaccia con l’unico risultato di essere rinchiusa nel manicomio e, sul finire, la dolce Sister Mary Eunice sembra non essere poi così dolce facendo andare di traverso un crocefisso solo con lo sguardo.

Quello che succede in questa seconda puntata è, sostanzialmente, un rimescolare le carte in gioco e scoprire un po’ di più dei vari personaggi. Il Briarcliff si configura, più che come un istituto psichiatrico, come un purgatorio per persone con delle colpe da scontare. Sembrava effettivamente strano che Murphy avesse chiarito la vicenda sin dall’inizio scoprendo tutte le sue carta ma tra un dottore matto e una suora che nasconde un terribile mistero, la vera domanda è: se Kit risulta davvero innocente, chi è Bloody Face?

RASSEGNA PANORAMICA

Moreno Scorpioni
Moreno Scorpionihttp://www.morenoscorpioni.it
E niente, per ingordi di etichette lo si potrebbe definire in tanti modi. Lui però non è un’etichetta. È un uomo. Ma che dire, col senno di poi, non era meglio essere un’etichetta?
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