American Horror Story: Asylum 2×03 – recensione

È abbastanza bizzarro pensare che il terzo episodio di American Horror Story Asylum abbia come centro tematico una tempesta, che sia stato trasmesso praticamente in contemporanea con il devastante uragano Sandy e che faccia allo stesso tempo un passo avanti e uno indietro nello storyline.

Ma procediamo per gradi e vediamo cos’è successo. Come dicevo, centro tematico della puntata è una tempesta che si sta per abbattere nel manicomio di sister Jude la quale, per non creare più panico di quanto se ne prevede, decide di riunire tutti gli ospiti dell’Asylum nella sala comune e di proiettare un film tranquillissimo del 1932, “Il senso della croce”, film censuratissimo all’epoca per le numerose scene di violenza anticristiana.

Mentre in epoca contemporanea gli sceneggiatori cominciano a rivelare lentamente il vero volto di Bloody Face, mettendo insieme i pezzi dell’incubo che la giovane coppia di sposini horror sta vivendo, negli anni ’60 viene svelata quella che si immagina sarà la colonna portante della serie: la possessione demoniaca. Continuando a tenere da parte (e meno male) la variante aliena, in questo episodio sister Mary Eunice si aggira per il manicomio preda del maligno, gettando scompiglio là dove capita (offrendosi ad esempio a gambe aperte al pover dottor Arden che decide di mantenere intatta la purezza della suora). Nel mentre Lana, Grace e Kit meditano sul da farsi e decidono di approfittare del trambusto generato dalla tempesta per tentare la fuga dal manicomio. Quello che li aspetta all’infuori del Briarcliff però, è una verità così amara e terrificante che li costringe a farvi ritorno, mentre sister Jude è preda del proprio passato che riemerge e porta con sé il conto da pagare.

A conti fatti, dal terzo episodio di American Horror Story Asylum nascono svariate considerazioni. La prima è che dell’idea sulla carta buona di voler creare una specie di antologia dell’horror americano, la serie sembra non sapere cosa farsene, cadendo vittima dei più banali cliché del genere horror/syfy che si trovano ad avere la meglio sulla narrazione stessa.

Va da sé che rimanga complicato capire l’indirizzo vero e proprio della stagione, dal punto di vista narrativo, con personaggi dall’alto potenziale solo accennati e asserviti a un continuo gioco di rimandi che, plausibilmente, si rivelerà solo nel finale di stagione. Finale che vedrà probabilmente protagonista Lana, la final girl per antonomasia, simbolo di indipendenza, lotta contro le ingiustizie e paladina delle minoranze oppresse.

Ancora una volta American Horror Story porta in scena il male rappresentato da un estremo con Mary Eunice e dall’altro con Bloody Face e i suoi imitatori. A fare da contraltare a questi personaggi i protagonisti “positivi” del post-razzismo/libertà sessuale, quei cavalieri di scienza e progresso che si fanno portatori di nuove verità sempre confutabili. Sebbene l’uso dell’elemento syfy trovi la sua giustificazione nel cinema d’epoca e nell’imperversare, negli anni ’60, di pellicole a base di alieni, viene facile chiedersi quale sia stata la necessità che ha spinto Murphy & co. a ricorrere a una tematica annunciata e poi (momentaneamente) accantonata quando, all’interno di un set come un manicomio, il senso di claustrofobia, ansia e horror poteva essere reso semplicemente puntando tutto sui personaggi intorno alla sempre eccellente Jessica Lange.

RASSEGNA PANORAMICA

Moreno Scorpionihttp://www.morenoscorpioni.it
E niente, per ingordi di etichette lo si potrebbe definire in tanti modi. Lui però non è un’etichetta. È un uomo. Ma che dire, col senno di poi, non era meglio essere un’etichetta?
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