American Horror Story: Asylum 2×13 – recensione

Dopo il controverso episodio della settimana scorsa, le vicende dell’Asylum di American Horror Story trovano finalmente una fine.

«I want moral outrage. I want to put America in the asylum.» questa è la tagline da tenere a mente come linea guida dell’episodio e, a conti fatti, della stagione in generale. Ma partiamo dalle cose che non vanno: gli alieni. E non sono mai andati sin dal primo episodio, inspiegabilmente introdotti in una stagione già inquadrata in uno scenario che al genere horror avrebbe potuto dare tutto ciò di cui necessitava per sopravvivere: il manicomio. Eppure, puntata dopo puntata, Murphy ha deciso non tanto di portare avanti lo storyline alieno quanto di rendere tale elemento parte integrante della narrazione, permettendogli azioni in grado di sviluppare altri storyline (una fra tutte la resurrezione e successiva gravidanza di Grace). Anche nell’ultimo episodio tale elemento non viene spiegato: è un qualcosa che c’è, una sorta di deus ex machina che permette lo svolgersi di una o un’altra vicenda ma che non spiega la sua ragione d’essere se non in se stesso, lasciando un discreto amaro in bocca per quello che sembra un escamotage attuato solo come giustificativo a eventi non altrimenti giustificabili.

AHS 2x13 Per il resto l’episodio chiude definitivamente il cerchio tra passato, presente e futuro.  Futuro in cui un’anziana Lana, ormai all’apice della sua carriera, all’interno di un’intervista-verità rivela un dettaglio scottante sulla sua vita da sempre taciuto: suo figlio, quello nato dallo stupro con Bloody Face e che nel suo libro dice di aver abortito, è in realtà ancora in vita ed è stato abbandonato alla nascita. Lana racconta poi come sia riuscita a far chiudere l’Asylum grazie alla sua determinazione e a un reportage esclusivo che ha rivelato tutte le nefandezze e i maltrattamenti a cui erano sottoposti gli “ospiti” del manicomio. Nel chiudere il manicomio però la giornalista non riesce a trovare colei che le ha permesso la fuga: sister Jude, mettendosi così sulle tracce di Kit. Parte così un flashback a telecamere spente in cui il ragazzo racconta alla giornalista come abbia salvato Jude dal manicomio dandole una nuova opportunità di vita e permettendole una lenta e graduale ripresa insieme ai suoi (e degli alieni) due adorabili figli. La neo nonna Jude, a cui la Lange regala un’interpretazione da Oscar, trascorre l’ultima parte della sua esistenza serena fino a quando torna a farle visita l’angelo della morte per l’ultimo, definitivo incontro. La vita va avanti, i bambini crescono e Kit viene colpito da un male incurabile. Rifiutando le cure dei figli l’uomo rimane solo nella sua casa a trascorrere quello che gli rimane da vivere fino a quando gli alieni decidono di portarlo con loro salvandolo quindi da morte certa.

La vicenda di Lana infine si chiude con un faccia a faccia tanto atteso quanto banale con suo figlio Johnny, Bloody Face, il quale, bramoso di vendetta, si troverà davanti un mostro più grande di quello che pensava di dover affrontare capitolando miseramente ai piedi di una madre impietosa.

American_horror_story_asylum_2X13Una stagione altalenante la seconda di American Horror Story divisa tra mommy issues e alieni, tra eventi misteriosi non accertati e banali colpi di scena che se dal punto di vista della trama non regala grandi emozioni conferma l’imponenza di un cast femminile eccezionale contrapposto a un mediocre cast maschile. Ed è proprio alle donne che Murphy regala i personaggi più introversi e meglio riusciti, da una Lana (Sarah Paulson) inizialmente prospettata come final girl, come unica in grado di poter portare la pace nell’Asylum che si rivela in realtà essere il vero mostro, il villain mosso da egoismo, fama e ambizione personale a una sister Jude (Jessica Lange), da tutti definita la villain per antonomasia a cui è destinata l’evoluzione psicologica più interessante regalando un’interpretazione che giustifica la pioggia di premi dell’anno scorso e un personaggio multisfaccettato in grado di tenere il pubblico incollato alla sedia.

L’ultimissima scena rappresenta la summa della stagione e dipinge Lana per il mostro che è: la telecamera torna nel 1964 e ripercorre quello che è stato il primo incontro tra Sister Jude e Lana Banana rileggendo il tutto con l’occhio della consapevolezza.

Il monologo di sister Jude, apre e chiude la vicenda: «Non credo che io e lei siamo destinate a incontrarci di nuovo. Ma spero che lei sappia cosa sta cercando: la solitudine, il cuore spezzato e il sacrificio a cui andrà incontro in qualità di donna con delle ambizioni. Si guardi, Miss Lana Banana. E ricordi: se guarda il diavolo negli occhi, il diavolo le ricambierà lo sguardo.»

Un ghigno malvagio fa capolino sul volto di Lana che si dirige verso l’uscita mentre in sottofondo riparte quella maledetta Dominique.

RASSEGNA PANORAMICA

Moreno Scorpionihttp://www.morenoscorpioni.it
E niente, per ingordi di etichette lo si potrebbe definire in tanti modi. Lui però non è un’etichetta. È un uomo. Ma che dire, col senno di poi, non era meglio essere un’etichetta?
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