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Non solo hanno creato entrambe due serie tv in onda su Showtime, ma a quanto pare Ann Biderman, produttrice esecutiva di Ray Donovan, e Michelle Ashford, produttrice esecutiva di Masters of Sex, sono anche amiche. Per molto tempo l’una ha sentito parlare dell’altra da un amico comune “che adoriamo”, poi si sono finalmente incontrate a una proiezione. “Iniziavo a credere che Ann fosse un fantasma, una sorta di ologramma evocato dall’immaginazione”, scherza la Ashford. Nella sala dei provini sul set della Sony, dove si svolgono le riprese di entrambe le serie, le due amiche condividono con Variety ciò che hanno appreso sul processo creativo di una serie tv avvincente.

Variety: Congratulazioni per il successo ottenuto dalla prima stagione di entrambe le serie. Qual è stata la vostra esperienza al riguardo? ray-donovan-season-2-poster
Michelle Ashford:
La tv via cavo è il luogo ideale in termini di migliori sceneggiatori, migliori attori… arrivano tutti in massa. Troppi, in effetti. Brucia di talento. Quindi ci troviamo in un contesto magnifico e possiamo fare il lavoro che vogliamo.
Ann Biderman: Sarebbe ingiusto lamentarsi. Detto ciò, è un impegno straordinario.
Ashford: È un lavoro senza fine. Non puoi fare tutto, eppure devi. Quando vedi una serie tv di alto livello, pensi a quante persone di talento lavorano per realizzare tutto questo. Una volta che ne fai parte, capisci che è impossibile occuparti di tutto.
Biderman: Intorno all’inizio dell’estate, un giorno mi capitò di incontrare Matt Weiner per strada. Mi guardò, mi circondò con le braccia e mi abbracciò. Disse: “Ce la farai”. Una volta gli telefonai dicendogli: “Che ne dici di pranzare insieme un giorno?”. E lui: “Non capisci, non pranzerai più. Mai più. Non voglio essere sgarbato. Aspetta giusto un mese e capirai”.
Ashford: A dire il vero, scoprire che non sei l’unica è una consolazione.

Variety: Qual è la parte più difficile?
Biderman: Riuscire a fare tutto.
Ashford: La situazione ideale sarebbe terminare il processo di scrittura e iniziare la produzione subito dopo. Ma in realtà ci vuole un anno e mezzo. E non hai un anno e mezzo a disposizione.
Biderman: Bensì nove mesi.
Ashford: Ed è questo che rende il lavoro così strano: fare qualcosa che richiede più tempo di quello che ti è concesso. Perciò ti affanni fino allo sfinimento.
Biderman: Oggi abbiamo mixato il primo episodio, domani il secondo. Nel frattempo stiamo sviluppando gli episodi 10, 11 e 12. La prossima settimana provvederemo alla musica del terzo e del quarto episodio e al montaggio del sesto e del settimo. Così hai in testa dieci episodi contemporaneamente. Per questo è tutto così impegnativo. Ma è comunque il più bel lavoro del mondo, davvero.
Ashford: Non c’è limite a ciò che si può scrivere, bisogna semplicemente farlo al meglio. Nessuno ti fornisce indicazioni particolari. In altri contesti non sarebbe così, mentre qui hai il via libera. Ed è fantastico. Non credo ci sia una realtà analoga in questo settore.

Variety: Che cosa avete appreso dalla prima stagione?
poster-masters-of-sexBiderman: Il modo di gestire il budget, stabilire le priorità e ciò per cui lottare. Occorre anche scegliere le proprie battaglie. È proprio necessario spendere 30.000 dollari per questa canzone? Sarà così determinante per l’episodio? Si tratta di gestire al meglio le risorse disponibili.
Ashford: Direi la stessa cosa. Dato che si cerca sempre di eccedere il margine di disponibilità, bisogna agire con una certa destrezza. Occorre migliorarsi in tutto e non è sempre facile.
Biderman: Così come sapere quando delegare e quando non farlo. Questo è uno degli aspetti più complessi, un vero paradosso. Le serie migliori nascono da una singola visione, ma al tempo stesso sono frutto di una collaborazione intensa e autentica con gli sceneggiatori, gli scenografi, i registi, gli attori. Quindi bisogna capire quando lasciare spazio agli altri.
Ashford: Esatto. Si può cadere in una terribile trappola perché la tv via cavo è diventata la sede degli autori, così devo occuparmi di tutto e, se non lo faccio, allora sento di non aver guidato il processo così come avrei dovuto. Ma è impossibile fare tutto.

Variety: Quali sfide avete dovuto affrontare come produttrici esecutive?
Ashford: Adoro questa domanda, perché sin dall’inizio non ho mai avvertito la pressione derivante dal fatto di essere una donna. Esiste indubbiamente una vera e propria discriminazione contro le donne nel nostro settore. Eppure è una cosa strana, perché in questa posizione il tutto è incentrato intorno alla domanda: ce la fai a consegnare il materiale? Se puoi, allora ingaggerebbero persino una scimmia o Jack lo Squartatore. Non ha alcuna importanza. È questa la verità dei fatti.
Biderman: Eppure è una politica evidente, bisogna ammetterlo.
Ashford: È vero. Se hai a che fare con grandi società, talvolta esistono sistemi radicati per i quali è più semplice trattare con un uomo piuttosto che con una donna. Ma la verità è che se sei tu la persona che fornisce abitualmente questo materiale, allora non hanno scelta. Possono solo dire che sarai tu a fare il lavoro.
Biderman: Ti permettono di farlo.
Ashford: Perciò è strano parlare di questo aspetto, in quanto vorremmo dire entrambe che il numero di donne che lavorano come registe è troppo ridotto. Vogliamo farci portavoce di questa realtà.
Biderman: Sì, ed essere femministe. Ma allo stesso tempo, devo dire di non aver percepito questo tipo di discriminazione.

Variety: E in passato, quando stavate facendo la gavetta? Ashford+masters-of-sex
Ashford:
Nessuna discriminazione, ma quando ho cominciato ero l’unica donna dello staff. E potevano affibbiarmi un soprannome, qualcosa di sconveniente. Oggi invece si verrebbe trascinati in tribunale per una cosa del genere. Ma anche all’epoca il fatto di essere una donna non poneva ostacoli al mio lavoro di sceneggiatrice, non costituiva una barriera da superare. Volevano semplicemente ciò che scrivevo.
Biderman: Quando ero molto giovane e stavo lavorando a un film, fui licenziata perché il produttore diceva che distraevo gli uomini sul set. Fu una cosa che mi spezzò il cuore. Mi buttarono fuori. Ma non ho mollato, ho messo da parte ciò che mi era successo. Questo era il lavoro che volevo fare, quindi sarei andata avanti. Se hai talento, alla fine trovi la strada giusta.

Variety: Il casting si è rivelato all’altezza delle vostre aspettative?
Biderman: Decisamente. Liev (Schreiber) era in cima alla lista. Le tempistiche coincidevano. Voleva lavorare in televisione e il materiale si confaceva alle sue aspettative. C’è stato un momento di panico quando ha capito che il tutto si sarebbe svolto a Los Angeles, mentre lui si sente più a suo agio a New York. In quel momento mi trovavo in India per un film con Mira Nair, ero nella vasca da bagno quando telefonò per rinunciare al progetto. Quando chiusi il telefono stavo tremando e l’acqua era fredda. Dovetti dissuaderlo con frasi tipo “Non è una canaglia”, “Ci sono temi da esplorare”. Alla fine della telefonata aveva cambiato idea. Ma c’è stato un momento di vero panico.
Ashford: Penso che succede un po’ con tutti. Ad esempio, Michael Sheen ha una solida esperienza di teatro e cinema. Poi all’improvviso considerano attentamente la responsabilità del progetto, cosa significhi per loro, come se fosse una creatura ignota.

Variety: Secondo voi, per quale motivo gli attori cinematografici si stanno dedicando sempre più alle serie tv?
RayDonovan-BidermanBiderman: Per i contenuti.
Ashford: L’industria cinematografica sta collassando. Gli attori, coloro che hanno davvero a cuore il lavoro… è su questo che Michael Sheen ha basato la sua scelta, ha profondamente a cuore i contenuti. Sul serio, fateci caso e vi accorgerete che la tv sta sfornando i progetti più interessanti.
Biderman: Jon Voight, Eddie Marsan… ruolo per ruolo.
Ashford: Analizzano il materiale e capiscono che non troveranno nulla di simile in un film. Eddie venne da me e disse: “Mike Leigh lavora in questo modo, è così che vuoi?”. E io rimasi a bocca aperta. Pensai che era esattamente il mio modo di lavorare.

Variety: Quali aspetti apportano qualità a una serie?
Ashford: Esistono due mondi diversi, la tv via cavo e la tv generalista, due creature completamente differenti. Non c’è alcun limite alla ricerca della complessità, dell’ambiguità, della sfida… si può scrivere di tutto. Basta considerare il caso di “Breaking Bad” e capire che, se questa serie ha ottenuto un successo enorme, malgrado il suo orientamento, allora il pubblico desidera ardentemente storie complesse e interessanti, personaggi in cui immedesimarsi. Ed è questo che si può fare con la tv. È una cosa che puoi ottenere solo in un romanzo. Si tratta di dare la possibilità di prendere parte a una folle corsa che continua una settimana dopo l’altra, anno dopo anno.
Biderman: Prendere gli spettatori per la gola e non lasciarli.
Ashford: Un personaggio può essere davvero orribile per molto tempo…
Biderman: E difficile da apprezzare. Ma per la tv via cavo non è un problema. Non mi è mai stato chiesto di creare un personaggio apprezzabile per questa serie. È una cosa entusiasmante.

Variety: È una cosa che chiedevano invece in passato. Lizzy+Caplan+Masters+Sex+Ashford
Biderman:
Certo. Indubbiamente è una richiesta tipica della tv generalista.
Ashford: Sono due realtà completamente diverse. Non voglio sminuire il loro lavoro, ma ciò che è evidente con la tv via cavo è il suo orientamento a un pubblico di nicchia, mentre alla fine non è più così di nicchia. Pensate a “Breaking Bad”. Dieci milioni di persone hanno guardato il finale.
Biderman: E a loro non interessava il fatto che fosse un assassino, un mostro.

Variety: Oppure “I Soprano”.
Ashford: Esatto, “I Soprano” mi ha spinto in questa direzione. Stavo facendo un lavoro molto impegnativo per la tv generalista, poi fu trasmessa questa serie e per me fu una rivelazione! Mi dissi che era questo il vero potenziale della televisione.
Biderman: Ho avuto un’esperienza simile con “Southland”, che all’inizio era una serie trasmessa da un altro network. Pensavano di voler espandere la serie, ma poi in realtà non lo fecero. Ricordo che John (Wells) mi telefonò per dirmi che l’avrebbero cancellata e io pensai che non era una brutta notizia, perché non condividevo ciò che avevano intenzione di fare.

Variety: Ann, ti preoccupa la presenza di tanta violenza nella serie? RayDonovan-Biderman-3
Biderman:
Sinceramente no. Mi preoccupa il fatto di non esserne preoccupata. Ne parlai con la mia strizzacervelli. Perché sono attratta da contenuti così cupi? In termini puramente junghiani, esiste un’Ombra su questa cultura ed è proprio questo che suscita il mio interesse. Ciò include la violenza. Si tratta di un interesse fondato e di lunga data. Ma evitiamo di rendere il tutto osceno e gratuito.

Variety: Michelle, ti preoccupa la presenza del sesso nella serie?
Ashford: Ci confrontiamo con questo aspetto in modo analogo. I due ricercatori protagonisti sono realmente esistiti. Ho una sorta di barometro su ciò che voglio e non voglio vedere sullo schermo. E quanto al sesso, esiste un linguaggio sviluppato negli ultimi 25 anni sui suoi motivi ricorrenti. Molte scene di sesso sono diventate davvero noiose. Il sesso che deve necessariamente risultare sexy è ormai defunto, perlomeno per me come spettatrice. Non voglio vedere una scena di sesso che deve per forza essere sexy. La nostra sfida è realizzare una storia sul sesso, è questo che cerchiamo di fare. Nei limiti di questa prospettiva, proveremo tutto. Non mi spaventa. Se pensassi che stessimo facendo tutto ciò semplicemente per mostrare il fondoschiena sexy di qualcuno, allora chi se ne importa? È così noioso. Credo che invece abbiamo trovato il giusto approccio alla cosa.

Variety: Cosa vi rende maggiormente fiere delle vostre serie?
Biderman: Ci sono momenti sul set, a tarda sera, in cui vedo una cosa in particolare e penso: “Sì, è proprio come la volevo, stanno facendo benissimo”. Momenti in cui penso a mia madre. È una cosa molto personale. L’altra sera stavo guardando una scena con un nuovo attore che stava recitando con Jon Voight. Fu un momento molto commovente per me. Pensai che lì insieme ricordavano mia madre. Ero emozionata all’idea che sarebbe stata fiera di me. Quindi a rendermi maggiormente fiera non sono gli indici di ascolto o la parte produttiva della serie, bensì questi strani momenti intimi, quando sento di essere di nuovo una sceneggiatrice.
Ashford: L’ultima scena della stagione vedeva il personaggio di Michael Sheen sulla soglia mentre si dichiarava. Ho pensato a questo momento per due anni e mezzo. Sapevo che sarebbe stata la scena conclusiva della prima stagione. Ricordo che ero sul set e lui era decisamente sopraffatto, proprio come mi sentivo io. Pensai che fosse una cosa molto curiosa, che avevamo dato entrambi così tanto a questo momento. Lui stava vivendo il suo momento, io il mio, ma allo stesso tempo stavamo entrambi provando qualcosa di molto forte, così come chiunque altro. È una prova magnifica di ciò che abbiamo creato in televisione.