Homeland 2X11 – recensione

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    Il penultimo episodio riprende da dove si era concluso il precedente, ovvero con Carrie che cerca Nazir nelle buie gallerie del vasto magazzino. Tornata all’esterno, trova le forze speciali che si preparano ad entrare e quando Quinn le chiede come è riuscita a scappare, lei mente per proteggere Brody e finge di non sapere nulla della morte di Walden. La perlustrazione del magazzino si rivela però inutile: Nazir si è volatilizzato e forse è stato aiutato a scappare. In poco tempo, Carrie e Quinn scoprono che all’appello manca solo Galvez e così ha inizio la caccia alla spia. Bloccato Galvez mentre si allontanava in auto e a gran velocità, i due agenti si trovano di nuovo con il fumo nelle mani: nell’auto non c’è Nazir e Galvez stava solo correndo in ospedale per farsi medicare la ferita procuratasi a Gettysburg. Rassegnati all’idea che il terrorista sia in qualche modo fuggito, tornano a Langley per interrogare Roya Hammad. Qui ritroviamo anche Saul, vivo ma obbligato a eseguire un test con la mac

    china della verità. Le domande riguardano delle situazioni che potrebbero compromettere il suo lavoro alla CIA, domande decise da Estes per impedire al vecchio agente di intromettersi nella missione di Quinn. Nel frattempo, Carrie si è intrufolata nella sala-interrogatori dove è ammanettata Roya, con la speranza di farla parlare, ma né la sincerità né le lacrime servono a qualcosa. Quinn ordina a Carrie di andare a casa per riposarsi, ma ormai conosciamo bene la nostra protagonista e sappiamo che non varcherà la soglia di casa. Mentre è in macchina, butta giù (dopo 9 episodi di astinenza) qualche pillola e ripensa alle parole della giornalista; all’improvviso, un’intuizione: Nazir non è mai scappato dal magazzino, ma si è nascosto lì dentro. Avvisato Quinn, Carrie si dirige sul posto e riprende le ricerche insieme a una squadra di agenti. In una delle gallerie trova un nascondiglio ma non c’è nessuno; mentre si allontana, a un tratto sente un rumore e poi il buio: Carrie è di nuovo da sola con Nazir.

    La terza traccia, che l’episodio segue, è quella della famiglia Brody, ancora costretta a vivere sotto protezione in una casa che non è la sua. La tensione tra i vari membri è sempre più forte, soprattutto tra Brody e Dana, che non tollera più la presenza del padre. Mentre Jess, ormai completamente arresa al fatto che il suo matrimonio è finito, cerca di riappacificarsi con il marito. E Brody? Lui sembra essere stanco di mentire, ma il momento per dire la verità è passato, adesso non ha più senso.

    Nel corso di “Ad Memoriam” (titolo originale: “The Motherfucker with a Turban”), come spesso accade, le risposte che ci vengono date sono oscurate da altre domande. Che ne sarà di Saul? Cosa accadrà tra Brody e Carrie? Quinn porterà a termine la sua missione, uccidendo Brody? Nel prossimo ed ultimo episodio, “The Choice”, speriamo di scoprirlo!

    Per la prima volta dietro l’obiettivo di Homeland Jeremy Podeswa (Boardwalk Empire, I Tudors e The Pacific), affiancato dal più familiare sceneggiatore Chip Johannessen.