Hostages

L’ottava puntata di Hostages riprende dal colpo di scena della puntata precedente, con la stessa tensione e risoluzione narrativa per poi procedere con i nuovi temi narrativi dell’episodio. Questo è contornato da diversi cambi inaspettati e una maggiore apertura verso i personaggi della serie.

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La prima novità arriva dal personaggio di Ellen (Toni Collette), dopo aver scoperto che Burton (Larry Pine) è il genero di Duncan (Dylan McDermott) e che Kramer (Rhys Coiro) è suo cognato, la dottoressa comincia a indagare su tutti i membri della famiglia a partire dalla moglie Nina (Francie Swift). Con i soliti e conosciuti trucchi, che ormai dovrebbero essere noti ai sequestratori, arriva a scoprire la motivazione che spinge l’agente dell’FBI a questo complotto verso il presidente. Su questa struttura si aprono conseguenzialmente diverse storie, la prima è quella del motivo del complotto. Attraverso un flashback e un nuovo personaggio, il colonnello Thomas Blair (Brian White), finalmente viene fornito al pubblico il motivo per cui si è architettata questa cospirazione. Seppur la storia è concentrata sulla sicurezza nazionale e lo spionaggio da parte dell’OIT nei confronti del cittadino americano, risulta essere estremamente attuale e interessante da sviluppare con un registro narrativo come il thriller. La storyline è stata mal posta poiché un introduzione graduale nelle varie puntate avrebbe alimentato l’importanza e il posto che merita, invece, è stata rivelata e “analizzata” in una manciata di minuti, sminuendo così la sua solidità.
Difatti lo show sembra interessato alle storie collaterali, in quest’episodio ritroviamo Boyd (Tyler Elliott Burke) con i suoi tentativi di capire cosa succede a Morgan (Quinn Shephard) e le accuse dei servizi sociali; Jake (Mateus Ward) che deve fornire un alibi a Kramer per l’omicidio commesso per aiutare Sandrine (Sandrine Holt) e Brian (Tate Donovan), ormai diventato una vera e propria mina vagante, che appena può cerca di ribaltare la situazione a favore suo e della sua famiglia creando però continuamente problemi.
Gli sbagli intrapresi nella sceneggiatura e che ormai si propagano ad ogni puntata è l’incessante forzatura di coincidenze fortuite che permetto ai protagonisti di cavarsela sempre, caratterizzate nell’inglobare costantemente dei nuovi personaggi in un complotto che per essere organizzato da “professionisti” pecca di credibilità e velocità d’esecuzione.

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The Good Reason, come ci suggerisce il titolo, ci fornisce tutte le motivazioni che servono ai protagonisti per coalizzarsi come un’unica forza e portare a termine il compito. L’episodio però non soddisfa per costruzione narrativa e per l’utilizzo dei suoi personaggi, inoltre, risulta essere instabile visto gli incessanti cambi di rotta che vanno a incidere sull’intera credibilità dello show.