Person of interest 1X11 – recensione

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Avevamo lasciato Reese con delle brutte ferite da arma da fuoco, dopo l’incontro, non troppo cordiale, coi vecchi colleghi della CIA. Finch era giunto in suo aiuto e, grazie anche alla ‘collaborazione’ della detective Carter, i due avevano fatto perdere le loro tracce ai federali.

Adesso li ritroviamo alle prese con un medico che, in cambio di una discreta somma di denaro, ha l’arduo compito di ricucire il ferito e rimetterlo in sesto il prima possibile. L’operazione va a buon fine, ma la faccenda con la CIA è tutt’altro che chiusa: John dovrà tenere un profilo basso e agire con cautela. La Macchina, infatti, ha già segnalato un numero e Finch ha bisogno del suo collaboratore per seguire il caso. O meglio, gli porta il caso a domicilio. John è temporaneamente costretto sulla sedia a rotelle e Finch ha pensato bene di trovargli una sistemazione ‘sul campo’: si trasferiscono in un appartamentino con vista sulla corte interna dello stabile. E sul custode, Ernest Transk, il loro nuovo numero. Così Reese avrà la sua personale finestra sul cortile, mentre toccherà a Finch, almeno per questa volta, fare il lavoro di ‘manovalanza’. I due si scambiano consigli su come comportarsi nei rispettivi ruoli, con buona pace di Finch, piuttosto restio all’idea di ficcare le dita negli occhi di un eventuale avversario per neutralizzarlo.

Alla Carter, invece, servirebbe qualcosa di più per sbarazzarsi dei federali, che ormai la piantonano giorno e notte. Sono convinti che la detective abbia dato il suo prezioso contributo alla fuga di Reese e non hanno intenzione di mollarla; il capo della squadra arriva perfino a minacciarla, ma lei non è proprio il tipo, e porta avanti la sua indagine privata. Si ricorda di aver già incontrato Finch sul caso della rapina al deposito giudiziario: aveva detto di chiamarsi Burdette e lei tenta in ogni modo di rintracciarlo. Evidentemente non ha ancora capito con chi ha a che fare. Lo stesso si può dire dei nostri giustizieri, convinti che il custode del palazzo, Trask, non sia la vittima, bensì uno stalker ossessionato da una giovane inquilina, e intenzionato ad ucciderne il fidanzato, il riccone dell’attico. Ma forse le cose non stanno esattamente così… Tra una ‘missione’ e l’altra, Finch trova il tempo di  contattare la detective. Di persona. La aspetta in un caffè e, a bruciapelo, le assegna un ‘numero’ di cui occuparsi: un cliente del locale che sta per essere coinvolto in un “atto violento”.

La lascia senza ulteriori spiegazioni: deve cavarsela da sola. Il trucchetto di Finch funzionerà e la donna finalmente capirà cos’è che fanno quei due per passare le giornate. Solo in futuro avremo modo di vedere quale sarà il suo coinvolgimento. Intanto, però, abbiamo sbirciato nel passato. Una serie di flashback ci ha riportati nel 2005, quando Finch e il suo socio, Nathan, si sono accordati col governo per consegnargli il software della Macchina. Finch, però, è preoccupato che possano farne un cattivo uso: con le persone di potere non si può mai star tranquilli. Vuole, quindi, criptare il sistema, in modo che solo lui e Nathan sappiano come funziona e che nessuno possa alterarne il meccanismo. Peccato che l’episodio si chiuda con questo simpatico messaggio della Macchina: “Possibile minaccia rilevata. Soggetto: Ingram, Nathan”.

 
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Giovane, carina e disoccupata (sta a voi trovare l'intruso). E' la prova vivente che conoscere a memoria Dirty Dancing non esclude conoscere a memoria Kill Bill, tutti e due i Volumi. Tanto che sulla vendetta di Tarantino ci ha scritto la tesi (110 e lode). Alla laurea in Scienze della Comunicazione seguono due master in traduzione per il cinema. Lettrice appassionata e spettatrice incallita: toglietele tutto ma non il cinematografo. E le serie tv. Fra le esperienze lavorative, 6 anni da assistente alla regia in fiction e serie per la televisione (avete presente la Guzzantina in Boris?). Sul set ha imparato che seguire gli attori è come fare la babysitter. Ma se le capita fra le mani Ryan Gosling...