Person of interest 1X14 – recensione

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    Dopo la disavventura con l’hacker, meglio procedere con cautela: come dice Finch, “Solo i paranoici sopravvivono”, e Reese lo terrà bene a mente… Ora però c’è un caso urgente da risolvere: tanto più urgente perché riguarda un quattordicenne, Darren McGrady, rimasto solo dopo aver perso anche il fratello maggiore.

    Darren è sparito e sicuramente è in pericolo, dato che ha visto gli assassini, ancora a piede libero. Nessuno è interessato a scoprire che fine abbia fatto, a parte Reese e Finch. Mentre la Carter rintraccia informazioni sull’omicidio McGrady, John si mette sulle tracce del ragazzino, che sarà piccolo, sì, ma è bello tosto! Darren ha individuato uno dei killer del fratello e ha tutte le intenzioni di fargliela pagare; John lo disarma appena in tempo, per poi consegnare il sospettato alla giustizia, in attesa di ulteriori prove. Il minore viene affidato a un istituto, dal quale riesce a scappare in men che non si dica, nonostante la sorveglianza pressoché ininterrotta di Fusco che, dovendosi occupare anche dell’altra ‘missione’ (la vita parallela di Finch), non poteva certo fare di meglio. Reese rintraccia nuovamente Darren e intanto scopre che la gang che gli ha ucciso il fratello bazzica un negozio di fumetti brulicante di ragazzini. L’appostamento è d’obbligo. Il proprietario sta illuminando i giovani clienti sulle caratteristiche dei diversi fumetti e, quando gli chiedono quali siano i superpoteri di un certo eroe senza costume né mantello, lui risponde: “Essere un supereroe non vuol dire portare un costume o un mantello, ma proteggere chi ti sta accanto, aiutarlo quando nessun altro lo farebbe”. Vi dice niente? Beh, Darren, dopo aver visto John in azione, lo definisce un “Ronin… come un samurai senza padrone”. E puntualizza che tecnicamente si sarebbe dovuto suicidare, come da codice, mentre lui se ne va in giro ad aiutare la gente. Il ragazzino lo vuole addirittura assoldare per trovare gli altri due killer, ma Reese rifiuta, anche se poi si vede costretto a trascinarsi dietro Darren finché la questione non sarà risolta. Poco importa se Finch e la Carter sono contrari: assistiamo, affascinati, a questa ‘educazione criminale’, con John che forma pazientemente Darren all’arte della guerra.

    Intanto Finch è di nuovo alle prese con Will, il figlio di Ingram, che gli chiede il significato di un tappo di champagne conservato in un tovagliolo con su scritto: “La Macchina. Giorno uno. 24 febbraio 2005”. Quello era il periodo in cui il padre stava chiudendo la società, e l’indomani aveva venduto al Governo il suo misterioso “lavoro” per un dollaro… cosa c’era da festeggiare? Finch si mostra spaesato – anche se noi sappiamo che è proprio lui il custode di ogni segreto – e si preoccupa quando Will tira in ballo una conoscente del padre, Alicia Corwin (già vista in un flashback). La stessa Alicia si allarma a sua volta quando Will, durante il loro incontro, menziona lo “zio” Harold Wren. Già, perché Finch vanta un bel repertorio di alias, stando a quel che dice Fusco. Dopo aver felicemente chiuso il caso Darren (il poliziotto ha salvato la vita al ragazzino rischiando letteralmente le proprie chiappe!), Fusco riferisce a John che lo pseudonimo più vecchio di Finch è, appunto, Harold Wren, capo di una compagnia di assicurazioni; un passato all’MIT e una lunga amicizia con Nathan Ingram.

    La conversazione non sfugge alla Macchina. Subito, una scritta campeggia sullo schermo: “Compromissione sicurezza dell’amministratore del sistema. Linea d’azione: valutazione opzioni> Attenuare> Sovvertire> Monitorare”. Vada per il monitoraggio.