Roma Fiction Fest 2013: Incontro con Rocco Papaleo

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    In quest’edizione del Roma Fiction Fest il direttore Steve Della Casa ospita Rocco Papaleo per il secondo evento Giornate degli attori. Cabarettista, musicista, cantautore, attore televisivo, cinematografico e teatrale, doppiatore, sceneggiatore e regista, Papaleo si apre ai suoi fan in maniera sincera e acuta, ripercorrendo alcune tappe della sua carriera e raccontando il suo rapporto con alcuni colleghi e amici del mondo dello spettacolo.

    Nel 1972, quando avevi 14 anni, è uscito il film di Scola Permette? Rocco Papaleo. Ha influito in qualche modo sulla tua vita d’adolescente e sulla carriera che poi hai intrapreso?
    Ai tempi non sapevo niente di quel film, che ho scoperto solo successivamente, ero completamente fuori da quel mondo. In compenso posso dire che mi chiamo davvero Rocco Papaleo, o meglio Antonio Rocco. Diciamo che Rocco Papaleo è il nome d’arte, infatti quando vado giù al mio paese vivo una dicotomia perché gli anziani mi chiamano Antonio e i giovani Rocco. Io mi sento Rocco, naturalmente, dopo 30 anni di rocchite, tant’è che se sento Antonio non mi giro, a meno che non mi chiamino Antò, con t fatta d. Quindi nessun influsso dal film, tranne che da grande ho incontrato Scola e gli ho detto che mi doveva un film, ma ancora non m’ha dato niente.

    Rocco-papaleo-rff2013La tua carriera nello spettacolo inizia nell’ambiente musicale e cabarettistico e dopo si sposta verso la recitazione. Che cosa è cambiato per te nel passaggio tra i palcoscenici teatrali, in cui ti esibivi davanti a un pubblico, ai set con le luci e le telecamere di fronte a te?
    Non è cambiato molto perché ho comunque continuato a esibirmi live, anzi l’esperienza live è quella alla quale più sono aggrappato e che sento più la mia dimensione. Forse è cambiato il numero degli spettatori. Mi ricordo una tragica serata in un locale di Roma, l’ACAB, in cui non c’era nessuno, tranne Sabrina Ferilli, che era venuta con il nostro comune amico Rodolfo Laganà; però lei si trovava di lato, appoggiata al muro, quindi non contaminava il vuoto di fronte a me. Oggi chiaramente è cambiato, perché come vedete questa sala è gremita di gente venuta ad ascoltare il mio sproloquio.

    L’atmosfera dell’incontro è fin da subito rilassata. Rocco Papaleo racconta aneddoti sfiziosi e opinioni personali in modo piacevole e divertente, lasciando la risata al pubblico. Lui sorride e non c’è mai niente di volutamente comico o ricercato nei suoi modi.

    L’esperienza che ti ha fatto conoscere al grande pubblico è stata la serie tv Classe di Ferro. Come ha influito la tua provenienza da quella che oggi si definisce una fiction nella tua carriera cinematografica
    Sinceramente non lo so, Steve. Sono passati 25 anni circa e all’epoca non c’era ancora questa preclusione che forse si è innescata negli anni successiva, questa impurità che ti dà recitare in una fiction. Quindi penso che per me non sia stato un problema, anche perché poi la serie si esaurì e io passai 3-4 anni a teatro a ‘purificarmi’, non perché decisi di non farle più, ma perché non mi chiamavano. Il primo vero film è stato con Pieraccioni nel 1995 [I Laureati], anno in cui è partita la mia storia cinematografica. Probabilmente si erano già tutti scordati che avevo fatto una fiction, forse… non lo so.

    Monicelli, Virzì, Veronesi, Pieraccioni. Sono quattro registi toscani con cui hai lavorato. I toscani hanno una particolare simpatica per te?
    Forse sono io ad avere una particolare per i toscani, o forse può essere attribuito al caso o al fatto che la maggior parte dei registi della commedia in Italia sono toscani. Sta di fatto che ho frequentato molto quell’atmosfera, anche se tra di loro ognuno ha la sua singolarità, e di base c è una conoscenza personale. Con Virzì c’ho abitato; Veronesi è il mio talent scout, colui che mi ha scoperto in una terrazza dove guarda caso suonavo la chitarra per un sparuto pubblico; Pieraccioni è figlio di Veronesi, non in quel senso (ora non vorrei rivelare un segreto, nel senso che è stato suo mentore e fu lui a suggerire a Pieraccioni di scritturarmi.

    Rocco-papaleo-rff2013-3Monicelli era famoso per le frasi taglienti con cui lavorava sul set. Te ne ha mai dedicata qualcuna mentre giravi Male Oscuro (1989)?
    Allora voglio chiarirlo definitivamente, Steve. Si ostinano a metterlo nel mio curriculum. C’è il mio agente qui, gli vorrei dire se lo vogliamo levare Male Oscuro dal mio palmarès, perché lì ho fatto veramente una posa, cioè un giorno di lavoro; io recitavo sulle scale e la scena si svolgeva nell’appartamento e io da fuori campo urlavo una battuta a Giancarlo Giannini, che stava a letto mi pare…manco l’ho visto (ride). Quindi Monicelli manco se n’è accorto che c’ero io. Poi quando l’ho conosciuto anni dopo, grazia ad Alessandro Haber, ci siamo trovati a Bologna in un bar all’ora dell’aperitivo. Haber ha sempre da fare all’aperitivo e mi ha piantato lì con Monicelli, facendomi però un grande regalo perché ho passato un’ora con lui. C’ho parlato per la prima volta, gli ho anche ricordato che io avevo fatto il suo film e lui, che è una persona affatto diplomatica, mi ha detto che non si ricordava un ca**o. Questa è la mia relazione con Monicelli.

    Ma cos’è ha da fare Haber sempre all’ora dell’aperitivo?
    Ha sempre un appuntamento con qualcuna…o ci fa credere che l’ha.

    Come si lavora con Pieraccioni che è attore e regista nei suoi film? In qualche modo questo ti ha influenzato poi quando anche tu sei diventato regista?
    Io ho fatto 6 film con Pieraccioni, la nostra è un amicizia molto profonda, oserei dire, sempre che lui lo confermi. Direi che sia io che Pieraccioni non siamo registi. Leonardo fa solo i suoi film, è più un poeta della comicità, ha il suo mondo e la sua letteratura che gli si formano nella testa. È stato anche autore di libri e, dal mio punto di vista, le storielle dei libri sono anche meglio di quelle dei film, dove naturalmente si concede di più. Lui ha proprio una sua visione che spero di avere anch’io quando mi cimento nella regia, che è accaduto solo due volte. Con lui non c’è un rapporto normale di attore/regista, anche perché siamo amici; quando mi chiama per una parte lui e Veronesi hanno già fatto per 2/3 mesi la mia imitazione mentre scrivevano, perciò io mi trovo già la pappa pronta quando leggo il copione, anche se cerco sempre di stupirlo durante le riprese, ma quasi mai ci riesco. Quindi non è proprio come lavorare a… ecco, non è proprio come lavorare. L’ho capito dopo averlo detto. (ride)

    Lo diceva anche Mastroianni.
    No, quello penso era riferito a tutto. Io, invece, a volte faccio fatica, anzi più passano gli anni, consentimelo Steve, e ne ho più o meno voglia, diciamo, perché mi sono appassionato ad altre cose, tipo fare i miei film, tipo fare i live. Cioè mi diverto molto più oggi qui che a fare film.

    Non hai fatto molti film drammatici, ma ne ha fatto qualcuno di significato, uno in particolare Del perduto amore di Michele Placido (1998). Come ti trovi quando ti propongono copioni che non sono commedie?
    Con la vostra pazienza, per rispondere devo risalire un po’ alla mia formazione. Io ho fatto due scuole di recitazione, perché una faceva schifo e ne ho dovuta fare un’altra, dove invece ho fatto davvero un bel lavoro con un insegnante che mi ha dato gli strumenti giusto per indagare nella mia personalità e nel mio pseudo-talento. Così il mio approccio alla recitazione non è mai stato di parte, comico o drammatico o grottesco, ho sempre pensato a un’unica direzione che ho cercato di sviluppare negli anni. Il mio metodo è di non avere metodo, approcciandosi alla recitazione in modo unico, ovvero con la ricerca di una verità musicale. Si tratta di essere veri, ma di non accontentarsi, cercando una bellezza con una linea melodica, un ritmo. Così mi appoggio anche alla mia attitudine musicale, siccome suono da sempre. Quindi essere vero è poco, m’interessa anche essere musicale con un certo swing.

    Rocco-papaleo-rff2013-4Checco Zalone. Hai lavorato con lui in Che Bella Giornata (2011) e la cosa sorprendente era come recitavi senza dire niente. È ancora un’altra maniera quello di Zalone di essere attore e regista?
    Lui non è il regista, anche se un po’ lo è, perché c’è Gennaro Nunziate che tiene le fila. Checco mi piace molto perché, non è che mi voglio paragonare a lui, però abbiamo una similitudine che è questo rapporto con la musica. Lui è un super musicista, suona molto bene sia il pianoforte che la chitarra, ha proprio una grande musicalità, un grande orecchio e perché poi come me è un’autodidatta. Dal mio punto di vista questa capacità lo facilita nell’accordarsi sia con gli altri attori sia con se stesso. Trovo che sia uno degli attori più musicali, proprio nel senso che spiegavo prima. Lui per me è stata proprio una cosa nuova, poi i film possono piacere o no ad una élite. La sua forza è nell’essere molto simpatico, forte e umano.

    Anche De Gregori, amico di Checco, dice di lui che è il più musicista degli attori italiani, perché ha proprio una musicalità nella costruzione dei suoi film.
    Infatti, Francesco viene spesso a casa mia a chiedermi delle dritte. Ho scritto anche Alice io…

    e ti chiama Fiorellino?
    Sì, è dedicata a me. Sono io Fiorellino.

    Quanto ha cambiato la tua vita aver presentato Sanremo (2012)?
    Diciamo che mi pagano molto di più adesso e non è poco per uno che sta in affitto da tanti anni. Mi sono dovuto anche sporcare le mani con questa pubblicità dell’Eni…insomma problemi in Basilicata, polemiche che capisco, ma certo non ci voglio tornare perché è stato logorante. Ora ho dato i soldi per la caparra e mi sono un po’ rappacificato.

    Precisazione. Papaleo, lucano doc e regista di Basilicata Coast to Coast, una dedicata d’amore alla sua regione, è stato anche testimonial dell’Eni con alcuni spot tv per sponsorizzare una benzina a prezzi più bassi. Il fatto è che l’Eni sfrutta da molto la Lucania, svendendo il suo petrolio.

    Comunque Sanremo è un’esperienza che non può cambiare le sorti della tua vita, nel bene e nel male. Fortunatamente era molto vivo il ricordo di me bambino, nel mio paese, con un televisore ogni cento abitanti ed era casa mia il televisore…cento abitanti nel salotto di casa mia a guardare Sanremo in bianco e nero. Sono cresciuto con quel mito, quella fascinazione per quell’occasione. Tant’è che l’anno prima di presentare Sanremo, avevo provato a partecipare come cantante, perché in fondo è stato uno dei miei sogni proprio per affermare la mia voglia di essere cantante. E Sanremo è come l’esame di scuola guida per i cantanti.

    Rocco-papaleo-rff2013-5Il concerto più bello?
    Sono stati tanti, però non posso dimenticare le serate al Locale, un posto che è stato molto importante per la scena musicale romana nei primi anni ’90. Lì sono passati tutti, sono germogliati tanti frutti: Daniele Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, Niccolò Fabri, Tiromancino, Subsonica. Era molto frequentato anche da attori che facevano delle piccole pièce prima dei concerti delle 23,30.

    Basiliacata Coast to Coast (2010) è un film con un’atmosfera molto surreale. Cosa hai detto agli attori per ottenere quel risultato?
    Gli ho detto di cercare una musicalità e di recitare con un dolore dentro, con un disagio. Quello è il tono che a me piace, non la farsa. Mi piace quel tono in cui si subisce un po’ la vita che scorre e ci si addolora con ironia.

    Com’è recitare con la Littizzetto?
    Mi chiedi tutte cose su persone speciali. Non faccio un esercizio di diplomazia quando ti parlo di loro. Luciana io l’adoro, è una ragazza eccezionale, con cui ho un rapporto profondo. Poi lei non è così pungente come nella sua esibizione pubblica, nella vita è una ragazza sempre acuta, senza fronzoli, però molto dolce. Magari voi non ci credete, ma è così.

     

    Papaleo si rivela un personaggio simpatico, ma non ‘buffonesco’ come si poteva immaginare. Regala al suo pubblico 40 piacevoli minuti di chiacchiere. Non gli è permesso pubblicizzare il suo ultimo film, Una piccola impresa meridionale, così insieme a Della Casa suggerisce al pubblico di non andare al cinema il 17 ottobre e nei giorni successivi per non rischiare di vederlo.