La citazione del filosofo Schopenhaur basterebbe per esprimere il dissenso che gira attorno all’ultimo episodio di True Blood. Domenica sera infatti sulla HBO, Thank You, ha fatto calare il sipario su una serie da tutti amata ed idolatrata ma che purtroppo a causa di una scelleratezza da parte degli sceneggiatori, ha perso tutto il suo magnetico appeal.

I segni di un cedimento si potevano notare già durante la stagione 5, ma si sono fatti palesi nel sesto ciclo di episodi e sono diventati realtà in quest’ultima stagione. True Blood quindi finisce così la sua corsa all’interno dell’universo seriale, in maniera prevedibile, senza un vero colpo di scena, senza un barlume di emozione e soprattutto lasciando il pubblico in balia di un plot noioso e sciatto.

true-blood 7x10-2

Thank You (il titolo dell’ultimo episodio), in un ora e 10 minuti tesse una trama lenta e stentata, che si focalizza  per la maggior parte del suo tempo, sulla coppia Bill (Stephen Moyer) e Sookie (Anna Paquin). Mentre in quel di Bon Temps si respira un’aria serena e spensierata, tanto è vero che in tutta fretta viene celebrato anche un matrimonio, Bill chiede a Sookie di essere ucciso e poter così espiare a tutti i suoi errori. Inizia un lungo confronto tra i due ex amanti che capitola ad un passo dai titoli di coda, in una scelta scellerata e del tutto prevedibile da parte di Bill. Gli unici che brillano per charme e simpatia sono Pam (Kristin Bauer van Straten) ed Eric (Alexander Skarsgård) che, dopo un lungo peregrinare, trovano finalmente la pace ed il successo. L’episodio si conclude con tutti i personaggio della serie seduti attorno ad un lungo tavolo durante il giorno del Ringraziamento. Vampiri, umani, mutaforma, medium e tutte le creature di Bon Temps, uniti felicemente per ringraziare la vita che ha permesso loro di proseguire spedita e senza intoppi.

Con un’atmosfera zuccherosa quasi da libro Harmony, True Blood decide di scrivere in questo modo la parola fine al suo racconto; eppure durante l’episodio 4 apprezzato da critica e pubblico, si intravedeva un barlume di speranza per la serie sviluppata da Alan Ball, una speranza che lo show potesse ritornare ai fasti di un tempo. Invece il tutto si è risolto come un fuoco di paglia, facendo tornare lo show a quella staticità e no-sense che da oltre due anni è diventato il suo marchio di fabbrica. Un vero peccato per una serie del calibro di True Blood, che fin dal suo concepimento, si era imposta come produzione televisiva dal grande impatto, anti-convenzionale, fresca, nuova, intensa e rivoluzionaria. Le cause di questo declino stilistico e narrativo, si ritrovano in diversi fatti; se il motivo principale va ritrovato nell’allontanamento di Alan Ball durante lo svolgimento della stagione 5, la storia ha cominciato a vacillare proprio quando la serie si è distaccato dai romanzi, impreziosendo la narrazione con trovate bizzarre e colpi di scena in odore di soap-opera.

TB710

True Blood anche se è stata la prima serie la serie che illustrato il mondo dei vampiri in maniera cruda, simil-realistica e al di fuori dei stilemi giovanili della CW, lascia deluso anche il fan più accanito. C’era tutto un mondo da esplorare e situazioni da sviscerare, invece per concludere “al meglio” lo show, si è scelta la strada più facile snaturando le intenzioni iniziali. E’ la dura legge della serialità, e constatiamo che il finale di True Blood ha eguagliato in piattezza e noia quello di Dexter.

Articolo precedenteVioletta 3, un nuovo sogno: nuova clip
Articolo successivoOutlander 1×03 recensione dell’episodio con Sam Heughan
Nato e cresciuto in un piccolo centro vicino Napoli, Carlo fin da ragazzino, è rimasto sedotto dal mondo del cinema e dalle serie tv.  Lettore accanito di saghe fantasy (la sua preferita è Il Ciclo di Shannara), conosce a memoria le battute del film Marnie del grande Alfred Hitchcock; divoratore onnivoro di serie tv, è cresciuto tra la generazione di Beverly Hills e quella di Dawson's Creek anche se la sua serie tv preferita rimane Buffy. Adora tutto ciò che il regista JJ Abrams partorisce dalla sua mente, e vorrebbe essere il confidente di Steven Spielberg. Con una camera piena di gadget e DVD, Carlo si sente americano per adozione e coltiva il sogno di lavorare in una redazione giornalistica, ma soprattutto di  andar via dal piccolo centro dove vive per poter rincorrere il suo ormai più che ventennale sogno nel cassetto.