Quando I colori del male: Nero è arrivato su Netflix, molti spettatori hanno immediatamente percepito un’atmosfera diversa rispetto ai classici thriller investigativi contemporanei. Diretto da Adrian Panek e tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice polacca Małgorzata Oliwia Sobczak, il film trasporta il pubblico nelle zone più oscure della Casciubia, una regione del nord della Polonia ricca di tradizioni, superstizioni e storie tramandate di generazione in generazione.
Al centro della vicenda troviamo il procuratore Leopold Bilski, impegnato a indagare sulla scomparsa di alcuni bambini in una comunità apparentemente tranquilla ma attraversata da segreti inquietanti e verità rimaste nascoste per decenni. La forza del film risiede proprio nel modo in cui intreccia il mistero criminale con elementi culturali e storici profondamente radicati nel territorio in cui è ambientato.
Per questo motivo molti spettatori si sono chiesti se gli eventi raccontati abbiano un fondamento reale. Le atmosfere cupe, i riferimenti a leggende locali e la presenza di un serial killer sembrano infatti richiamare fatti realmente accaduti. Ma I colori del male: Nero è davvero basato su una storia vera? La risposta è più articolata di quanto possa sembrare e coinvolge folklore, cronaca nera e riflessioni sociali che hanno contribuito a plasmare l’universo narrativo del film.
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La storia vera dietro I colori del male: Nero nasce dalle leggende e dal folklore della Casciubia
La prima cosa da chiarire è che I colori del male: Nero non racconta una vicenda realmente accaduta. Il film è tratto dal secondo capitolo della trilogia letteraria creata da Małgorzata Oliwia Sobczak e rappresenta un’opera di finzione. Tuttavia, la scrittrice ha costruito il suo racconto partendo da elementi autentici legati alla cultura della Casciubia, una regione della Polonia che ha sempre esercitato un forte fascino sul suo immaginario.
Dopo essersi trasferita dalla più moderna e vivace Sopot alle campagne casciube, l’autrice ha iniziato a studiare le numerose leggende popolari del territorio, scoprendo racconti che parlano di spiriti, demoni e creature soprannaturali. Tra queste figure emerge quella dei cosiddetti Łopi o Wieszcz, esseri assimilabili a vampiri o revenant che, secondo le credenze locali, potevano tornare dal mondo dei morti per tormentare i vivi.
Alcune tradizioni prevedevano perfino rituali estremi per impedire il loro ritorno, come la decapitazione dei defunti e il posizionamento della testa ai piedi del corpo. Pur appartenendo al folklore e non alla storia documentata, queste credenze hanno avuto un impatto reale sulla mentalità delle comunità locali e costituiscono il primo livello di ispirazione dell’opera.
L’ispirazione passa anche attraverso il caso reale del serial killer Pedro López, il “Mostro delle Ande”
Se l’ambientazione e le superstizioni derivano dalla tradizione popolare, il personaggio dell’assassino presente nel romanzo e nel film trae invece spunto da una figura realmente esistita. Małgorzata Oliwia Sobczak ha infatti ammesso di essersi ispirata, seppur in modo molto libero, a Pedro López, noto alla cronaca come il “Mostro delle Ande”.
Considerato uno dei serial killer più prolifici della storia contemporanea, López operò tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta in diversi Paesi del Sud America. Gli investigatori attribuirono a lui almeno 110 omicidi accertati, anche se alcune stime suggeriscono numeri ancora più elevati. Le sue vittime erano prevalentemente bambine e adolescenti, spesso adescate con l’inganno prima di essere aggredite e uccise.
La vicenda di López colpì profondamente l’autrice non tanto per i dettagli dei delitti quanto per il contesto psicologico e familiare che emergeva dalla sua biografia. Secondo alcune ricostruzioni, il futuro assassino venne allontanato dalla famiglia in tenera età dopo episodi di violenza nei confronti della sorella. Questo elemento ha contribuito ad alimentare la riflessione della scrittrice sulle origini del male e sul ruolo che l’ambiente sociale può avere nella formazione di individui violenti.
La storia si sviluppa come un’indagine sulle radici del male più che sulla ricostruzione di un caso reale
Nonostante questi riferimenti, sarebbe sbagliato considerare I colori del male: Nero una trasposizione romanzata della vita di Pedro López o di altri criminali realmente esistiti. L’autrice ha più volte precisato che il killer della sua opera è un personaggio completamente inventato, costruito attraverso una combinazione di suggestioni, riferimenti culturali e osservazioni sulla società contemporanea.
Ciò che le interessava davvero era esplorare il concetto di male come fenomeno sistemico, capace di radicarsi all’interno delle comunità e di perpetuarsi attraverso silenzi, omissioni e complicità. Per questo motivo la storia si svolge in una piccola cittadina dove tutti sembrano conoscere frammenti della verità ma nessuno è disposto a raccontarla apertamente.
Le sparizioni e gli omicidi diventano così il punto di partenza per un’indagine più ampia che coinvolge famiglie, istituzioni e intere generazioni. Secondo la stessa Sobczak, il romanzo nasce anche dal desiderio di analizzare il determinismo storico e le catene di causa-effetto che attraversano il tempo, mostrando come eventi accaduti decenni prima possano influenzare il presente e contribuire alla nascita di nuove tragedie.
La vera forza di I colori del male: Nero è il modo in cui trasforma realtà, folklore e cronaca in una riflessione universale
Alla fine, la risposta alla domanda iniziale è chiara: I colori del male: Nero non è basato su una storia vera nel senso tradizionale del termine. Non esiste un caso specifico da cui derivano gli eventi raccontati nel film, né un’indagine reale riprodotta fedelmente sullo schermo. Eppure l’opera affonda le proprie radici in elementi autentici: le leggende della Casciubia, le paure collettive tramandate per secoli, le dinamiche sociali delle piccole comunità e persino alcuni aspetti della biografia di criminali realmente esistiti.
Il risultato è un thriller che riesce a sembrare credibile proprio perché attinge a verità più profonde rispetto alla semplice cronaca. Attraverso la sua storia, il film suggerisce che il male raramente nasce dal nulla e che dietro gli atti più terribili si nascondono spesso sistemi di violenza, pregiudizi e omissioni che coinvolgono intere comunità.
È questa riflessione, più ancora del mistero investigativo, a rendere l’opera di Adrian Panek e Małgorzata Oliwia Sobczak particolarmente affascinante e inquietante, lasciando nello spettatore la sensazione che, pur trattandosi di finzione, alcune delle sue verità siano fin troppo reali.





