Kill (2023), spiegazione del finale del film di Nikhil Nagesh Bhat

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Definito da molti come “il film più violento mai prodotto in India” e già al centro di un progetto di remake hollywoodiano, Kill di Nikhil Nagesh Bhat non è soltanto un action ad alta intensità ambientato su un treno. È un’opera che utilizza la grammatica del revenge movie per raccontare la distruzione progressiva di un’identità. Il finale non celebra la vendetta: la problematizza, la svuota, la lascia sedimentare come trauma irrisolto.

La morte di Tulika e la frattura irreversibile del racconto

Fino all’omicidio di Tulika Singh (Tanya Maniktala), Kill si muove entro coordinate relativamente riconoscibili. Amrit Rathod, interpretato da Lakshya, è un commando addestrato che reagisce all’assalto di quaranta dacoit guidati da Fani (Raghav Juyal). Combatte per proteggere, per contenere, per salvare. La violenza, per quanto brutale, è ancora strumento funzionale.

L’assassinio di Tulika, accoltellata e gettata fuori dal treno in corsa mentre Amrit è costretto ad assistere impotente, spezza però questa struttura. Non è solo una svolta narrativa: è un cambio di prospettiva etica. Da quel momento, il film smette di interrogarsi su come fermare un attacco e inizia a raccontare cosa accade quando la perdita cancella ogni misura. Amrit non è più un soldato che reagisce, ma un uomo che si abbandona a una furia distruttiva.

Dalla disciplina militare all’annientamento primitivo

La seconda parte del film radicalizza la rappresentazione della violenza. Il combattimento non è più coreografato come sequenza d’azione spettacolare, ma insistito come gesto fisico, ripetuto, quasi ossessivo. Amrit uccide senza tregua, senza pausa, senza dialogo. I corpi dei dacoit diventano materia attraverso cui il protagonista esprime un dolore che non sa elaborare in altro modo.

Lo scontro finale con Fani non ha nulla di eroico. Non c’è un confronto ideologico, non c’è un ultimo scambio di parole memorabile. Amrit lo massacra a mani nude, fino a deformarne il volto in un’immagine che nega qualsiasi estetizzazione della vendetta. È una scena volutamente eccessiva, che sottrae allo spettatore la possibilità di una catarsi tradizionale. La morte del nemico non ristabilisce un ordine morale: evidenzia quanto il protagonista sia ormai distante da ciò che era.

Il treno come dispositivo simbolico e traiettoria senza ritorno

L’ambientazione quasi interamente confinata all’interno di un treno in corsa non è soltanto un espediente di tensione, ma un dispositivo simbolico preciso. Il treno procede in linea retta, senza deviazioni, senza possibilità di ritorno. Allo stesso modo, il percorso di Amrit diventa una traiettoria irreversibile. Ogni vagone attraversato è una soglia morale superata, ogni scontro un passo ulteriore verso la perdita definitiva di sé.

Quando il convoglio finalmente si ferma e le autorità salgono a bordo, il conflitto esterno è terminato. Ma ciò che conta non è più la minaccia neutralizzata, bensì l’uomo che scende dal treno. Non è un eroe trionfante, ma un sopravvissuto svuotato.

L’ultima scena alla stazione e il significato della presenza di Tulika

La sequenza conclusiva, con Amrit seduto su una panchina della stazione e Tulika che si avvicina per sedersi accanto a lui, è il vero cuore tematico del film. Non si tratta di un colpo di scena: Tulika non è sopravvissuta. È una proiezione mentale, una presenza immaginaria che materializza il trauma.

Quell’apparizione suggerisce che la vendetta non ha guarito nulla. Amrit ha eliminato tutti i responsabili dell’attacco, ma non ha superato la perdita. La mente continua a evocare l’immagine di ciò che è stato distrutto. Il revenge movie classico promette una forma di riequilibrio; Kill lo nega. La vendetta qui non è liberazione, ma condanna a convivere con ciò che si è diventati.

Un revenge movie che rifiuta la consolazione

Nel panorama dell’action contemporaneo, Kill si distingue perché non offre una conclusione rassicurante. La brutalità, che ha fatto parlare di sé fin dall’uscita del film, non è semplice provocazione visiva, ma linguaggio narrativo. Attraverso l’eccesso, il film mette in scena il prezzo psicologico della violenza.

Il finale lascia Amrit vivo, ma interiormente fratturato. Non c’è ritorno alla normalità, non c’è promessa di futuro romantico, non c’è redenzione esplicita. C’è soltanto un uomo seduto in mezzo al rumore di una stazione affollata, con accanto il fantasma della donna che ha perso.

In questa immagine sospesa, Kill trova la sua coerenza più radicale: la vendetta può distruggere il nemico, ma non può restituire ciò che è stato spezzato.

Redazione
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