Il film Race – Il colore della vittoria (qui la recensione) racconta una delle storie sportive più potenti del Novecento, intrecciando la dimensione personale di un atleta con uno dei momenti più delicati della storia mondiale. Diretto da Stephen Hopkins e interpretato da Stephan James nei panni del protagonista, il film ripercorre l’ascesa di Jesse Owens fino al trionfo alle Olimpiadi di Berlino del 1936, trasformando una carriera sportiva in un simbolo universale di resistenza e dignità.
Al centro del racconto c’è il contrasto tra l’ideologia razzista del regime nazista e la realtà di un giovane afroamericano che, attraverso il talento e la determinazione, riesce a sovvertire ogni aspettativa. Il film non si limita a raccontare le vittorie sportive, ma costruisce un ritratto umano complesso, fatto di sacrifici, contraddizioni e scelte difficili. Tuttavia, per comprendere davvero la portata di questa storia, è necessario andare oltre la narrazione cinematografica e analizzare la vera vita di Jesse Owens.
Dalle piantagioni dell’Alabama al sogno americano
La storia di Jesse Owens inizia in un contesto di estrema povertà. Nato il 12 settembre 1913 a Oakville, in Alabama, figlio di un mezzadro, trascorre l’infanzia lavorando nei campi di cotone. Già a sette anni raccoglieva fino a cento libbre di cotone al giorno, contribuendo alla sopravvivenza della famiglia. Un’infanzia segnata dalla fatica e dalla segregazione, che rappresenta il punto di partenza di un percorso straordinario.
A nove anni, la sua vita cambia radicalmente quando la famiglia prende parte alla Grande Migrazione, spostandosi verso nord in cerca di migliori opportunità. La destinazione è Cleveland, in Ohio, dove il giovane James Cleveland Owens acquisisce anche il soprannome “Jesse”. Il nome nasce da un fraintendimento: quando si presenta come “J.C.” a un’insegnante, il suo accento del sud porta la donna a interpretarlo come “Jesse”. Un dettaglio apparentemente banale che diventerà parte integrante della sua identità pubblica.
Il talento esplode: dagli anni scolastici all’università
Già durante gli anni alla East Technical High School di Cleveland, Owens si distingue come un atleta eccezionale, stabilendo o eguagliando record nazionali nel salto in lungo e nelle corse sui 100 e 200 yard. Ma è all’università che il suo talento raggiunge livelli leggendari. Iscritto alla Ohio State University, Owens diventa noto come “The Buckeye Bullet”, un soprannome che sintetizza la sua velocità e la sua precisione.
Nel 1935, durante i campionati Big Ten, realizza una delle più incredibili prestazioni nella storia dell’atletica: in meno di un’ora stabilisce tre record mondiali (salto in lungo, 220 yard e 220 yard ostacoli bassi) e ne eguaglia un quarto nei 100 yard. I numeri della sua carriera universitaria sono impressionanti: come junior, vince tutte e 42 le gare a cui partecipa, dominando competizioni NCAA, Big Ten e selezioni olimpiche. Un dominio assoluto che lo consacra come uno dei più grandi talenti sportivi del suo tempo.
Larry Snyder e la sfida alla segregazione
Un elemento fondamentale nella crescita di Owens è il suo allenatore, Larry Snyder, figura centrale anche nel film. In un’epoca in cui la segregazione razziale era ancora profondamente radicata negli Stati Uniti, Snyder prende una decisione controcorrente: permette agli atleti neri di competere nella sua squadra. Questa scelta non era affatto scontata. Basti pensare che, nello stesso periodo, la squadra di football della Ohio State non accettava atleti afroamericani.
Snyder non solo offre a Owens un’opportunità, ma gli insegna anche tecniche fondamentali, come la capacità di isolarsi mentalmente dal pubblico e concentrarsi esclusivamente sulla gara. Il rapporto tra i due si rivela decisivo, non solo per la carriera di Owens, ma anche per quella di Snyder, che in seguito allenerà atleti capaci di vincere otto medaglie d’oro olimpiche e stabilire numerosi record mondiali.
Vita privata e contraddizioni
Il film accenna anche alla vita personale di Owens, mostrando le sue debolezze e i suoi errori. Nella realtà, l’atleta ebbe una relazione complicata con Ruth Solomon, con cui aveva già una figlia. Owens la tradì, ma i due si riconciliarono e si sposarono ufficialmente il 5 luglio 1935. Questo aspetto evidenzia una dimensione spesso trascurata: Owens non era un eroe perfetto, ma un uomo con contraddizioni, alle prese con le pressioni di una vita pubblica sempre più intensa.
Le Olimpiadi di Berlino: politica e sport
Le Olimpiadi di Berlino 1936 rappresentano il cuore della storia. Organizzate dalla Germania nazista, le Olimpiadi diventano uno strumento di propaganda per Adolf Hitler, che intende dimostrare la superiorità della cosiddetta razza ariana. Prima dei Giochi, il clima internazionale è teso. Il Comitato Olimpico degli Stati Uniti valuta la possibilità di boicottare l’evento a causa delle politiche antisemite del regime.
Anche la NAACP invita Owens a non partecipare, per denunciare le discriminazioni razziali. Alla fine, la decisione è opposta: partecipare e vincere diventa una forma di protesta più potente. E Owens farà esattamente questo.
Il viaggio verso Berlino e le discriminazioni
Come mostrato nel film, la squadra americana raggiunge l’Europa via nave, attraversando l’Atlantico a bordo della S.S. Manhattan. Anche in questo contesto emergono le discriminazioni: gli atleti neri non ricevono lo stesso trattamento dei compagni bianchi, venendo esclusi dalle sistemazioni di prima classe. Un dettaglio che sottolinea un paradosso fondamentale: Owens rappresenta gli Stati Uniti in un contesto internazionale, ma nel suo stesso paese continua a subire discriminazioni.
Il trionfo: quattro medaglie d’oro contro il nazismo
A Berlino, Jesse Owens compie un’impresa storica. Vince quattro medaglie d’oro nei 100 metri, 200 metri, salto in lungo e staffetta 4×100 metri. Stabilisce tre record mondiali e ne eguaglia un altro, diventando l’atleta più vincente dei Giochi. Il suo successo rappresenta una smentita clamorosa dell’ideologia nazista. Nonostante la Germania conquisti il maggior numero di medaglie complessive, Owens diventa il simbolo di un fallimento ideologico: un atleta afroamericano domina la scena mondiale sotto gli occhi di Hitler.
L’amicizia con Luz Long
Uno degli episodi più toccanti riguarda il rapporto con Luz Long, suo rivale nel salto in lungo. Durante le qualificazioni, dopo due salti nulli, Owens rischia l’eliminazione. È proprio Long a suggerirgli di staccare qualche centimetro prima della linea per evitare un altro errore.
Il consiglio si rivela decisivo. Owens si qualifica e vince l’oro, ma ciò che resta nella storia è il gesto di sportività e amicizia tra i due. In un contesto dominato dall’odio razziale, il loro legame rappresenta un atto di coraggio. Owens stesso dichiarerà che tutte le sue medaglie non valgono quanto quell’amicizia.
Hitler, Roosevelt e la verità dietro il mito
Uno degli aspetti più discussi riguarda il comportamento di Hitler nei confronti di Owens. Contrariamente a quanto spesso si crede, non è certo che il dittatore lo abbia ignorato deliberatamente. Alcune fonti indicano che lo salutò con il gesto nazista, ma non ci fu mai un incontro ufficiale. Più significativo, però, è il comportamento di Franklin D. Roosevelt. Nonostante il trionfo olimpico, Owens non ricevette alcun invito alla Casa Bianca, né un riconoscimento immediato. Un fatto che evidenzia come il razzismo fosse radicato anche negli Stati Uniti.
Dopo Berlino: il difficile ritorno alla realtà
Dopo il successo olimpico, Owens si trova ad affrontare una realtà ben diversa da quella immaginata. Nonostante la fama, le opportunità lavorative sono limitate a causa del colore della sua pelle. A differenza di altri atleti come Johnny Weissmuller, che riescono a costruire una carriera a Hollywood, Owens fatica a trovare spazio. Per mantenere la famiglia, accetta lavori umili e persino gare bizzarre, come correre contro cavalli.
Una scelta che gli costa anche la perdita dello status di atleta dilettante. “Non si possono mangiare quattro medaglie d’oro”, dirà amaramente. Nel tempo, riesce a reinventarsi come oratore motivazionale, lavorando con i giovani e contribuendo a diffondere un messaggio di speranza. Nonostante alcune critiche ricevute per il suo approccio moderato alla lotta per i diritti civili, il suo impatto rimane enorme.
Un’eredità che supera lo sport
Jesse Owens non è stato solo un atleta straordinario, ma una figura chiave nella storia dei diritti civili. Il suo successo ha contribuito a incrinare le basi culturali del razzismo, anticipando le battaglie che sarebbero esplose negli anni successivi. Il film Race restituisce parte di questa grandezza, ma la realtà è ancora più complessa e significativa.
La sua storia dimostra come lo sport possa diventare uno strumento di cambiamento sociale, capace di sfidare ideologie e pregiudizi. Oggi, Owens è ricordato accanto ad altre icone come Jackie Robinson e Joe Louis, pionieri che hanno aperto la strada a una maggiore inclusione. La sua corsa non si è fermata sulla pista di Berlino: continua ancora oggi, ogni volta che lo sport diventa un terreno di uguaglianza.





