Al centro de Il prigioniero, il nuovo film scritto e diretto da Alejandro Amenábar, in sala dal 10 giugno con Lucky Red, c’è un paradosso: la storia più incredibile di Miguel de Cervantes è la sua, che non è mai stata raccontata. Il regista spagnolo premio Oscar torna a confrontarsi con una pagina poco raccontata della storia del suo Paese: i cinque anni di prigionia trascorsi ad Algeri dal futuro autore del Don Chisciotte.
Oltre a Julio Pena Hernandez, che interpreta il giovane Miguel, nel cast del film compara anche Alessandro Borghi, in un ruolo molto complesso e sfumato, Hasan, il Bey di Algeri. L’attore romano e Alejandro Amenabar hanno incontrato la stampa per presentare il film in prossimità dell’uscita.
Alejandro Amenábar lega profondamente il suo cinema a una riflessione sul rapporto tra passato e presente. Come spiega, infatti: “Guardare il passato è per me la maniera migliore per riflettere sul presente e proiettarsi verso il futuro”.
L’idea alla base de Il Prigioniero nasce da un episodio quotidiano, ma si sviluppa poi attraverso lo studio della figura di Cervantes e della sua esperienza di prigionia ad Algeri. È proprio il contrasto tra mondi culturali radicalmente diversi a diventare il fulcro del suo interesse, in particolare per la reazione del protagonista di fronte a una realtà completamente inaspettata: “Mi interessava concentrarmi sulla reazione di Miguel de Cervantes a questa totale libertà”.
Da qui si sviluppa anche una riflessione più ampia sulla relatività storica e culturale, cioè sull’idea che ciò che è possibile in un contesto possa essere impensabile in un altro, e viceversa. Sul piano creativo, questo sguardo sul mondo si traduce per Alejandro Amenábar in una forte rivendicazione di libertà artistica. Il regista sottolinea infatti l’importanza di seguire un percorso personale, indipendente dalle mode del momento: “Credo che ognuno debba seguire il suo cammino indipendentemente dalle tendenze del momento”.
Questa libertà si riflette anche nella natura stessa del suo film, pensato come un’opera ibrida, in cui convivono generi diversi e linguaggi differenti, sempre con uno sguardo rivolto allo spettatore e alla sua esperienza di visione.
Anche Alessandro Borghi affronta il tema del mestiere dell’attore partendo da scelte molto concrete, come quella di non doppiarsi nelle produzioni in lingua straniera. Una decisione che, spiega, non deriva da un calcolo tecnico ma da una precisa inclinazione personale: “Ho scelto ormai da tanto tempo di non doppiare me stesso”. Dietro questa scelta c’è anche una riflessione più ampia sul valore e sulla specificità dei ruoli professionali, in cui attore e doppiatore restano competenze distinte e non sovrapponibili.
Per Borghi, però, il centro del discorso va oltre la tecnica e riguarda il senso stesso delle storie e dell’immaginazione. In un presente che percepisce come complesso, sottolinea infatti la necessità di affidarsi alla capacità di immaginare come forma di orientamento emotivo e culturale: “Ognuno di noi deve per forza aggrapparsi all’immaginazione per vedere il mondo in maniera migliore”. In questo equilibrio gioca un ruolo decisivo anche la dimensione privata, in particolare il rapporto con il figlio, che diventa una sorta di filtro attraverso cui rielaborare energie e stati d’animo quotidiani.
Il rapporto con il cinema, per Alessandro Borghi, affonda invece le sue radici nell’infanzia e nell’impatto emotivo delle prime visioni in sala. Ricorda infatti come l’esperienza cinematografica abbia rappresentato un vero e proprio punto di svolta percettivo: “La possibilità di sentire una gamma di emozioni attraverso il racconto del cinema è stato per me il regalo più bello dell’infanzia”. Quel momento di scoperta, legato a film come E.T. e ad altri titoli fondamentali della sua formazione, segna per lui la nascita di un legame profondo e inscindibile con il mezzo cinematografico.
Anche Alejandro Amenábar racconta un percorso simile, costruito inizialmente attraverso la televisione e poi consolidato con l’esperienza diretta della sala. Il suo immaginario si forma soprattutto attraverso il cinema hollywoodiano, che influenzerà profondamente il suo modo di fare film: “Ho cominciato ad amare molto i film quando ero bambino… poi, da adolescente, ho iniziato ad andare al cinema”.
Da questo percorso nasce un approccio autoriale che integra elementi di genere all’interno di una sensibilità personale, rielaborando le influenze dell’infanzia in una forma cinematografica autonoma.
Infine, Borghi offre anche una riflessione più amara e problematica sul proprio presente professionale. Pur riconoscendo la presenza di momenti di felicità nel lavoro, descrive una condizione di ricerca continua e di insoddisfazione rispetto al sistema cinematografico contemporaneo: “Mi sembra sempre di essere alla ricerca di sensazioni vecchie che non riesco più a ritrovare”.
A questo si aggiunge una riflessione più generale sul funzionamento dell’industria e sul rapporto con il pubblico, che porta l’attore a interrogarsi sul senso stesso del proprio mestiere, fino a una conclusione molto netta: “Il mio lavoro esiste soltanto in rapporto alla felicità delle persone che decidono di entrare al cinema: non l’ho mai fatto per nessun altro motivo”.
