Ben Affleck Roma ARGO conferenza stampa roma
Ben Affleck a Roma - Foto di Francesco Madeo © Cinefilos.it

Via capelli lunghi e barbone che ha in Argo, oggi Ben Affleck a Roma si è presentato in forma smagliante, con il suo mento prominente in bella vista, e dispostissimo a parlare di tutto e di più relativamente al suo ultimo, bellissimo, film. Straordinariamente esaustivo e loquace, ai limiti del logorroico, Ben Affleck ha spiegato di sentire una doppia responsabilità, avendo scelto di dirigere un film tratto da una storia vera: “La prima è quella di realizzare il miglior film possibile per il tuo pubblico, di cercare di soddisfarlo emozionalmente e dal punto di vista spettacolare; la seconda è quella di rispettare il cuore della verità e della storia che racconti. È un gioco d’equilibrio, molto complesso. In Argo, rispetto ai fatti, ho aggiunto un po’ di action nel terzo atto, ma in generale i miei peccati rispetto alla verità sono di omissione: c’era così tanto materiale da bastare per una serie di dieci ore, ho dovuto togliere tanti dettagli.”

-Come ha scelto gli attori? La maggior parte di loro viene dalla Tv.

“E’ vero. Adesso se si fanno film drammatici davvero buoni vanno in tv e così se si vuole fare cinema bisogna scegliere gli attori migliori che possono interpretare i ruoli. Ma non ho scelto gli attori solo perché venivano dalla tv, questo è chiaro. Avevo in ufficio delle foto delle persone vere coinvolte nei fatti, e naturalmente se un attore ci somigliava tanto era un di più ma non era l’unico criterio. Ad esempio John Goodman che interpreta il truccatore John Chambers è molto somigliante!”

-Qualcuno ha detto, all’epoca dei fatti, che la crisi degli ostaggi contribuì ad affossare l’amministrazione Carter…

 “Non sono un esperto di politica ma è chiaro che la crisi degli ostaggi ha segnato la fine dell’amministrazione Carter da un lato e l’inizio delle tensioni con l’Iran che viviamo ancora oggi dall’altro. Io però non volevo che il mio film fosse esplicitamente politico, volevo solo rievocare degli eventi, magari, appunto, facendo dei paralleli con la storia di oggi. Volevo essere integro. E volevo anche omaggiare delle persone, come Tony Mendez, che hanno fatto dei sacrifici nella loro vita e nel loro privato per il bene del nostro paese.” “Ho voluto inserire nel finale la voice over di Carter perché aveva un grande valore evocativo, sottolineava che si è trattato di una storia vera”.

-Com’è stato collaborare con George Clooney che compare trai produttori?

“Lui ama il cinema intelligente, e mi ha aiutato molto a ritrovare lo stile sporco, o la staticità studiata dei film anni ‘70: è bello avere qualcuno che i film li fa e li gira, come produttore, perché comprende sempre esattamente la situazione e i problemi che puoi trovarti di fronte sul set.”

-Nel film il personaggio di Goodman dice che “Anche un macaco potrebbe fare il regista”, ci sono molti macachi ad Hollywood?

“Se è vero che forse ci sono tra le colline dei registi che sono dei macachi, tra cui forse anche il sottoscritto, non dirò certo che è vero che Hollywood è popolata da solo pigri e da cialtroni: non potrei mai tornare a casa. Ci sono però delle verità nei dialoghi sul cinema e su Hollywood nel film, dialoghi che rispecchiano la competitività e la spietatezza di quel posto. Poi, come racconto nel film, sia la gente di Hollywood che quella del mondo dello spionaggio compiono in fondo operazioni simili: cercano entrambe di creare un mondo che non esiste, di vedere una bugia. Uno lo fa per arte, uno per altre ragioni.”