Il NICE (New Italian Cinema Event) torna negli Stati Uniti. Il festival, fondato a Firenze nel 1991, era nato con l’idea di promuovere il nuovo cinema italiano all’estero, obiettivo che svolge eccellentemente da 21 edizioni. Inauguratosi all’Anthology Film Archives-Courthouse Theatre a New York il 10 novembre, si è trasferito a San Francisco al Landmark Embarcadero Center Cinema, il 13 novembre.

Noi ci troviamo a San Francisco e abbiamo avuto la straordinaria occasione di intervistare il grande ospite del Festival, il regista italiano Daniele Luchetti. A lui è stata dedicata una piccola retrospettiva con alcuni dei suoi migliori film, tra cui il più recente, La nostra vita. Un regista intelligente e disponibile nel rispondere ai nostri e ai numerosi quesiti del pubblico americano, che ha accolto con sincero trasporto, tutti i film in programma.

Fin dal suo esordio con Domani Accadrà e con Il Portaborse, lei ha dimostrato di avere un’importante qualità, quella di fotografare la realtà. Fotografare non interpretare, questo la differenzia da molti altri registi italiani.

Cosa la spinge ogni volta a raccontare la realtà e i temi ideologici, politici e sociali che la attraversano?

Prima di tutto io mi considero un osservatore delle persone. Quello che più mi interessa non è la storia ideologica in sé ma la dinamica umana inserita in una determinata epoca politico storica. Il cinema degli anni ‘70 era molto ideologico, e anche io lo ero. Pensavamo che il cinema potesse cambiare il mondo, ma il cinema d’oggi e in particolare il mio cinema, vuole essere distaccato dagli eventi anche perché viviamo in un mondo de-ideologizzato. Io non posso né voglio più prendere una posizione politica. Non ci sono messaggi ideologici nei miei film.

Da dove nasce l’idea di Mio fratello è figlio unico, film liberamente ispirato dal libro di Pennacchi “Il fasciocomunista”?

Avevo letto il libro di Pennacchi, e la sua esperienza autobiografica aveva suscitato in me molto interesse da decidermi a farne un film. A mano a mano che iniziavo a pensare al film, mi distaccavo dal libro tanto da aggiungere qualcosa di completamente nuovo, come il rapporto tra i due fratelli e il rapporto con la ragazza. Una relazione, quella dei due fratelli, contraddittoria: sono due giovani che vivono un periodo storico in cui eri quasi costretto a prendere una posizione politica, non per convenienza ma per sopravvivenza.

Elio Germano, che in questo film interpreta Accio, il fratello non amato, ha dato una gran prova attoriale, poi confermata in La Nostra vita. Come ha scelto questo attore e in che modo dirige i suoi attori?

Ho scelto Elio Germano perché rappresentava tutto il contrario del personaggio presente nel romanzo, un uomo robusto e ottuso. Elio è un attore formidabile, forse il miglior giovane attore italiano in circolazione (ha vinto la Palma d’oro in ex-aequo con Javier Bardem per il film La nostra vita, ndr). Un attore che ha bisogno di essere ripreso fin dalla prima prova, perché in quel momento riesce a dare il meglio di sé. Tra l’altro questo è il modo in cui preferisco lavorare: chiedo sempre agli attori di provare la prima volta sul set, mentre io li pedino con la macchina da presa, come se fossi invisibile, in modo che loro abbiano l’impressione di essere liberi, ma liberi di fare quello che dico io. Tutti i miei film proprio per questo sono curati e improvvisati al contempo.

In La Nostra vita, il tema della precarietà sociale e delle condizioni degli operai, richiama in un certo senso la periferia romana dipinta spesso da Pasolini, ancora arcaica e borgatara. Com’è arrivato a concepire questo film?

Avevo da poco girato un documentario sulla classe operaia italiana, seguendo le loro abitudini quotidiane e ho pensato che fosse quasi necessario dirigere un film su di loro. Sono uomini che non hanno grandi idee, ma ciò che li muove è l’ambizione di far soldi. Non credono nello stato, la loro unica ideologia è il denaro e l’unica struttura sociale in cui credono, la famiglia. Il film non è ambientato a Roma, ma in periferia, dove non vedrete monumenti millenari. Una periferia che esiste ancora e in cui i problemi sociali sono ogni giorno evidenti.

Come l’immigrazione? Qual è il suo punto di vista?

Il mio punto di vista è quello che si vede nel film. In Italia il fenomeno dell’immigrazione dall’Est è ogni giorno più incombente, e il rumeno presente nel film ne è una rappresentazione; l’italiano si sente minacciato, ma al contempo essendo un popolo tollerante, riesce a conviverci, nonostante la manipolazione delle forze politiche che tentano di incutere il terrore.

Inevitabile affermare che siamo in un periodo in cui il nostro Paese non ha la forza e forse gli strumenti per crescere, anche il cinema, che come sempre è lo specchio della società, sembra testimoniarlo. Il NICE è un festival importante perchè capace di condurre il cinema italiano fuori dei suoi confini nazionali. Secondo lei perché il nostro cinema, prima profondamente conosciuto all’estero, fatica oggi ad espatriare? Quali sono le principali differenze che riscontra rispetto al cinema del passato?

 Sinceramente io non trovo grandi differenze, se non la poca qualità dei registi e dei film contemporanei. Non posso nascondermi dietro la scusa della cattiva distribuzione, è ovvio che ci sono maggiori difficoltà rispetto al passato, ma ci sono anche meno registi italiani originali e non commerciali.

Una risposta onesta. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto finendo di scrivere un film in cui, come succede in altri miei film, voglio raccontare la storia politico sociale italiana, partendo da un’esperienza intima, quella mia personale, di ragazzo che negli anni settanta è cresciuto in una famiglia piena di contraddizioni, divisa tra fascisti e comunisti.