Alla Casa del Cinema di Roma a presentare Il primo incarico, esordio registico di Giorgia Cecere, intervengono la stessa regista, i protagonisti Isabella Ragonese e Francesco Chiarello, la produttrice Donatella Botti e Paolo Del Brocco di Rai Cinema, che coproduce. Presente in sala anche Pierpaolo Pirone, sceneggiatore assieme alla Cecere e al cinese Li Xiang-Jang, e Teodora Film, distributrice assieme a Spazio Cinema. Tutte le forze sono in campo, dunque, per sostenere questo piccolo film nel quale credono molto. Presentato a Venezia nella sezione Controcampo italiano, il film ha ottenuto lì un buon successo di pubblico e critica. È la storia, ambientata in Puglia negli Anni ’50, della maestra Nena/Isabella Ragonese, al suo primo incarico che la porta lontano da casa, nella profonda campagna salentina. Una storia che ci riporta a un recente passato, ma anche una storia d’amore, di libertà, che nasce, paradossalmente, da una costrizione.

Com’è stata la genesi di questo progetto e com’è stata coinvolta la produzione?

G. C. “Il senso del film mi era molto caro da molto tempo: il fatto che metaforicamente il primo incarico da affrontare è quello di sapere cosa davvero vogliamo, di scoprire qual è davvero il desiderio e il bisogno del nostro cuore. Non so per gli uomini, ma per le donne è un esperienza che tutte attraversiamo: quella dell’autosuggestione, di ciò che siamo capaci di costruire nella nostra testa con la potenza dell’immaginazione, per esempio un sentimento fortissimo per cui potremmo anche morire, e poi lo stupore quando scopriamo (…) che questo sentimento si può dissolvere. Volevo raccontare come la vita può essere sorprendente – questa è la sua crudeltà, ma è anche la sua bellezza – e può veramente portarci là dove mai avremmo immaginato.

Il nucleo di questa vicenda nasce dalla storia vera tra mia madre e mio padre.” E aggiunge, “ho pensato a una storia che non invecchiasse. Non solo come senso e rispetto alle circostanze, anzi, è diventata via via sempre più attuale, ma che non invecchiasse dentro di me come ispirazione”. Contiene infatti, dice, certi aspetti molto personali, “rispetto ai sentimenti, un certo mio gusto per la libertà. A me piace molto questo matrimonio (quello dei due protagonisti, n. d. r). Con Pierpaolo Pirone ci siamo molto divertiti a mettere e togliere perché volevamo che arrivasse questa condizione di sostanziale libertà che hanno entrambi. Entrambi fanno quello che vogliono e questo è molto importante”. È proprio il tipo di amore che la regista voleva rappresentare: “mi piace quell’amore che ti fa essere ancor di più quello che sei davvero, che ti libera ancora di più.

Cosa ha spinto la produzione a scegliere questa storia?

D. B.: (…) Devo dire che mi aveva molto colpito la scrittura di questa sceneggiatura: molto ben scritta, con dettagli e c’era questo universo femminile che, essendo donna mi interessava molto (…) Si prospettava come un film non facilissimo, per cui l’aspetto dell’attrice era molto importante, ma lei (Cecere, n. d. r.) era molto determinata fin da subito ad avere Isabella Ragonese e l’abbiamo aspettata a lungo, perché nel frattempo ha fatto altri film importanti come quello di Virzì, e poi Rai Cinema ha messo la prima pietra dal punto di vista finanziario con la Apulia Film Commission e siamo riusciti a realizzarlo.

A Paolo Del Brocco, Amministratore di Rai Cinema, si chiede se la presenza delle donne (Cecere, Ragonese, Botti) sia stato uno dei motivi che li ha attratti verso questo progetto. Del Brocco  conferma che la linea di Rai Cinema è quella di sostenere esordienti e sottolinea: “ci fa particolarmente piacere se poi gli esordienti sono donne (…). Questa era una storia molto delicata, garbata e particolare (…) Il risultato mi sembra buono, a Venezia si è avuto un buon gradimento in sala e siamo contenti di aver partecipato a questo progetto, nella linea di un cinema diverso dalla commedia” Ha aggiunto infatti che oltre alla commedia, e grazie ad essa, è importante anche fare “film che raccontino storie interessanti e diano anche lo spaccato di un certo momento storico, il sapore di un pezzo d’Italia

Francesco Chiarello, una storia molto femminile, come sei stato coinvolto in questo progetto?

F. C.: “Sono stato coinvolto per caso, ho fatto una bella esperienza.

G. C.: “E’ stato costretto, poi è stato contento, però era molto riluttante, era uno degli attori più riluttanti, (…) aveva sempre problemi coi cellulari: semplicemente non era raggiungibile fisicamente. Dopo mesi mi ha confessato, cosa che sospettavo, che c’era timore, molta paura da parte sua, terrore.

Isabella Ragonese, come ti sei trovata in questo ruolo molto impegnativo, avendo anche una grande responsabilità, visto il background biografico di Giorgia Cecere?

I.R.: “Per me era un’occasione rara poter interpretare un personaggio così in divenire, pieno di sfumature, atipico”. “Paradossalmente è quello che ho vissuto con più incoscienza”. Rispetto a come ha lavorato sul personaggio racconta: “l’intuito (…) mi ha fatto capire, senza che lei me lo abbia mai detto, che la storia le era familiare in qualche modo. Quindi, lo dico spudoratamente, ho imitato un po’  Giorgia: ho colto dei suoi modi di fare, dei suoi atteggiamenti. L’ho molto osservata”. Tutto ciò fa sì, dice la Ragonese, che il personaggio abbia “molta vita dentro. Non è scritto, è molto reale, mi sembra di conoscerla, anche se non saprei descrivervela in tre aggettivi”. Ed è stata per lei anche un’esperienza formativa: “mi ha anche insegnato molto del mio mestiere: spesso si sta col copione davanti agli occhi, si annota, si fa uno schema forse a volte troppo chiuso”. Importante è stato invece, commenta l’attrice, “lavorare con attori non professionisti. Tutto veniva rimesso in discussione. Magari preparavo qualcosa, poi dovevo essere sempre pronta a cambiare, all’ascolto

Perché è ambientato nel passato e quanto questo è davvero passato secondo lei?

G. C.: “Ci sono due ragioni principali per cui è ambientato nel passato. Una è cinematografica: mi piaceva molto l’idea di creare un mondo diverso da quello che ci circonda quotidianamente, o che vediamo continuamente rappresentato. Da spettatrice prima ancora che da regista, mi piaceva il discorso dell’altrove al cinema. Un altrove non solo distraente, ma da cui si può guardare alla giusta distanza il nostro presente, perché mi sembra che standoci immersi così tanto come siamo noi oggi, molte cose stentiamo a vederle”. Dunque, afferma, intento del film è “più che guardare il passato dal presente, guardare il nostro presente dal passato”. Per quanto riguarda il senso della storia, precisa, era quello di raccontare “che c’è stato un tempo in cui, anche in condizioni sicuramente pesanti, il percorso femminile, la ricerca della propria interiorità, della propria specifica felicità, richiedeva più coraggio, più audacia ma, paradossalmente, era più possibile proprio perché immaginabile. Mi sembra che oggi ci sia un maschilismo più pervasivo, più subdolo. Secondo la regista, dunque, occorrerebbe che anche oggi le donne facessero valere questo “coraggio morale” di cui sono dotate.

Sull’importanza del contesto storico-sociale nella scelta di film e personaggi da interpretare, Isabella Ragonese ha chiarito: “sono convinta che l’attore e il personaggio siano una parte del film non così essenziale: ciò che è intorno è importante.” Ad esempio, ha aggiunto: “interpretare ragazze della mia età col posto fisso sarebbe fantascienza”. Sui personaggi che interpreta ha poi osservato: “vengono visti sempre come donne particolarmente forti. Io penso che in genere le donne lo siano” perché, dice, “credo siano messe più alla prova, devono sempre dimostrare qualcosa”. Riguardo all’impegno, conclude: “nel mio piccolo mi sono sempre “impegnata” perché penso che per chi fa un lavoro pubblico sia giusto esporsi, partecipare, la considero una forma di libertà. Personalmente lo faccio sempre attraverso il mio lavoro. Non penso che i film possano cambiare qualcosa, ma sono dei momenti di riflessione oggi più che mai importanti.

A chi ricordava il riferimento al western, fatto dalla stessa regista, e ravvisava echi ottocenteschi nell’ambientazione, Giorgia Cecere ha risposto che c’è stata, invece, una modernizzazione di alcuni aspetti, presenti non solo negli anni ’50 in Puglia, ma anche in epoca più recente, trattandosi di zone rurali. E sul nostro rapporto col recente passato ha aggiunto: “abbiamo steso un velo di oblio alle nostre spall,e eccessivo secondo me”, c’era poi, all’epoca, una grande capacità di affrontare condizioni di vita dure, e “misurarsi con tali difficoltà fin da giovani (non lo si augura a nessuno e nessuno ha questo tipo di nostalgie), ma certamente rendeva il carattere più forte. Noi oggi siamo secondo me spaventati oltre misura.”.

Per quanto riguarda il western, la regista ammette la sua fascinazione visiva per il genere: “amavo moltissimo i film  western da piccola, gli scenari naturali, i paesaggi larghi, i cowboy. Per me Nena è il mio cowboy dell’anima, che se ne va attraverso le sue praterie interiori”. Alla riuscita visiva del film e a interpretare tali suggestioni visive ha contribuito la collaborazione con Xiang-Yang, affermato pittore cinese all’esordio nella sceneggiatura, e col giovane fotografo Gianni Troilo, al suo primo film. Inoltre, dice Cecere, “siamo stati molto fortunati a trovare luoghi che senza alcuna ricostruzione fossero già così, ed esattamente dove la storia si svolgeva all’origine”. L’aspetto della natura era infatti fondamentale per la regista: “il coprotagonista di questa storia accanto a Nena è la natura. Noi siamo animali e penso che il confronto con la natura, aspra o dolce, ci metta in contatto con la nostra anima più profonda, animale. Mi sembra che facciamo tutti finta di averlo dimenticato, ma non penso che ciò sia sano”. Vi sono poi anche echi del cinema orientale, molto apprezzato dalla regista: “a me piace molto che con pochissimo (con un bicchiere, con un prato…)  loro riescono a creare atmosfere così affascinanti. Quindi dal punto di vista visivo è stato certamente un riferimento.

Essendo presenti poi Donatella Botti e Paolo Del Brocco, sono state poste domande più generali sulla situazione distributiva in Italia, sull’affollamento di film italiani nelle sale in questo periodo e sull’opportunità della scelta di posticipare anche di molti mesi l’uscita di film presentati a Venezia, come in questo caso.

D. B.: “(…) Nella sfortuna noi siamo fortunati perché il film si è realizzato e ringraziamo Teodora Film che lo distribuisce”. In questo momento, infatti, “il problema è che o si esce con grande forza (in 3-400 copie) perché il film ha un richiamo fortissimo e lo consente; altrimenti si deve trovare il momento opportuno, in cui le sale lo prendano, lo tengano, con distributori che lo difendano”. In tutto ciò, ha aggiunto, “è chiaro che i festival aiutino nella visibilità. (…) Il  divario è sempre più forte.

P. D. B.: “(…) Noi, come Rai Cinema, abbiamo sicuramente negli ultimi anni ampliato il nostro campo d’intervento. Il ragionamento produttivo è quello che riteniamo giusto aiutare tutta una serie di film a essere realizzati. È uno sbaglio? È vero che poi c’è un problema di distribuzione.”. D’altra parte, dice, “se ragionassimo solo in termini commerciali, cosa che noi abbiamo dovuto cominciare a fare, molto cinema non si potrebbe realizzare.” È vero, aggiunge, che bisogna “trovare dei distributori che possano curare in modo più attento dei film di questo tipo”, e cita le collaborazioni con Istituto Luce, Teodora Film, Bolero Film. Fare solo film che hanno ritorni commerciali importanti e possono essere distribuiti su larga scala, comporterebbe poi “un problema di crescita di nuove generazioni, di nuovi registi, di rappresentazione di tutte le storie. Il nostro obiettivo è quello di rappresentare il maggior numero di storie possibili: opere prime, cinema sperimentale, storie che colgano l’essenza della società in vari momenti storici del nostro paese. Credo sia giusto allargare la produzione, come stiamo facendo”. I risultati a volte, ammette, “possono non essere eclatanti, ma è importante dare la maggior visibilità possibile a certi film”.

Come si è lavorato per amalgamare un’attrice di grande talento ed esperienza, con attori non professionisti?

G. C.: “E’ stato l’azzardo più grosso, ma sentivo d’istinto, e via via provinando gli attori per i vari ruoli, che se fossi riuscita a creare un mondo veramente inconsueto di figure, volti, corpi, atteggiamenti per questo tipo di storia sarebbe stato molto importante, per il senso del film, per portare lo spettatore a guardare qualcosa di non visto prima e di coerente” E aggiunge che la ricerca è stata “lunga e accurata” e molti attori provengono dai luoghi dove si è girato. Importante in tal senso anche l’esperienza della regista con Gianni Amelio, in cui aveva sperimentato come “ottenere buoni risultati anche con i non professionisti, chiaramente confidando nel fatto che a fronte ci fosse poi Isabella.

Sulla particolare alchimia della coppia protagonista e sul modo in cui è stata ottenuta la regista commenta: “Ho approfittato della vera condizione di queste due persone molto estranee l’una all’altra, con dei caratteri abbastanza in conflitto.” Le scene relative alla vita matrimoniale dei due, infatti, richiedevano proprio questa conflittualità. E dunque essendo così diversi, e pur essendo una attrice professionista e l’altro un esordiente, con tutti i timori e le difficoltà che questo ha comportato, “i due personaggi c’erano, così come li avevo immaginati. Già solo a guardarli. Quando erano insieme nella stessa stanza questa tensione la vedevo, durante le riprese.

Isabella Ragonese, dal canto suo racconta: “è strano parlare del rapporto con Francesco perché si mescolano molto realtà e finzione. All’inizio eravamo molto lontani. Spesso sui set capita che si riproponga lo spirito del rapporto che c’è nel film. Ma questo caso è stato estremo. Eravamo proprio due estranei”. E del carattere di Chiarello dice: “è una persona molto orgogliosa e quindi all’inizio faceva molta resistenza”. L’evoluzione però è stata evidente nel corso delle riprese: “a modo suo osservava e rubava degli spunti, il che è sintomo di grande intelligenza e sensibilità. Orgogliosamente, anche non piegandosi mai è cresciuto tantissimo e questo è visibile nel film.” Intanto, Francesco Chiarello ha deciso che continuerà a fare l’attore: “spero di continuare. Ora sto cercando lavoro e intanto inizio a studiare”.