Un incontro nato nel segno dello sport, della fragilità e di una solidarietà inattesa che si trasforma, anni dopo, in cinema. Lo chiamava Rock & Roll, al cinema dal 16 aprile con Medusa, prende forma da una storia realmente vissuta dal regista Saverio Smeriglio insieme a Federico Richard Villa, diventando un racconto di amicizia, disabilità e libertà di sguardo.
«Io e Federico ci siamo conosciuti nel 2004», racconta Smeriglio. «Conoscevo già suo fratello, Alessandro Villa, che avevo visto in un programma TV in cui narrava le sue imprese di biker… aveva attraversato gli Stati Uniti in bicicletta, dalla costa Est alla costa Ovest. A metà strada aveva incontrato un ragazzo statunitense affetto da atassia che aveva fatto il viaggio inverso. Si erano scambiati una maglietta come fosse un testimone».
Da lì, un contatto diretto, quasi spontaneo: «Gli avevo scritto per esprimergli la mia ammirazione. Sono diventato suo “amico di penna” tramite Messenger, e poi ho conosciuto anche Federico, sempre tramite chat elettronica».
Il passaggio dalla rete alla vita reale avviene attraverso un gesto concreto di solidarietà sportiva: «Mi raccontò che era caduto con la bicicletta e aveva rotto pezzi molto costosi. Io avevo organizzato con la mia ASD un torneo di sport da combattimento e decisi di regalargli l’introito per ricomprare la bici. Due o tre settimane dopo sento bussare alla porta: era lui, venuto da Monza per farmi vedere la bicicletta nuova. È rimasto con me dieci giorni, è diventato la mascotte di casa».
Lo chiamava Rock & Roll tra verità e finzione
La nascita del progetto cinematografico si intreccia inevitabilmente con questa relazione personale. «In fase di scrittura ho pensato più che altro alla nostra amicizia, infatti è ispirato a una storia vera», spiega il regista. «Nel film ci siamo io e Federico, i nostri scontri, le nostre avventure, il tutto condito dalla finzione. C’è qualcosa di mio e c’è tanto di Federico».
Ma il confine tra realtà e narrazione è stato uno dei nodi più complessi: «È stato difficile trovare l’equilibrio tra le esigenze della storia e la verità di Federico, avevo paura di esporlo troppo. Ho deciso di chiamare il suo personaggio Federico per farlo sentire più se stesso. Dovevamo parlare delle sue reali debolezze e dei suoi difetti. Nel film lui è 99% se stesso».
Un processo condiviso, quasi simbiotico: «Lui stesso mi correggeva quando scrivevo cose non realistiche. È stato generosissimo nell’aprirsi. Per me è stato difficile immedesimarmi».
Lo sguardo che cambia la realtà
Al centro del film c’è anche un ribaltamento di prospettiva: «Mi piaceva che il vero disabile fosse Mauro, lo sportivo che fa l’incidente, e non Federico. La percezione che ha Mauro è peggiore della reale condizione di Federico. Uno si sente handicappato e lo dice continuamente, l’altro vive una disabilità importante ma non la nomina mai».
Un tema che diventa riflessione più ampia: «La sfida era raccontare come il filtro con cui vediamo la realtà cambi tantissimo a seconda del punto di vista».
In questo percorso, la relazione con Federico diventa anche formativa: «Ho dovuto imparare con lui cosa significa amare qualcuno, e soprattutto lasciarlo andare anche quando hai paura che si faccia male. Ho capito che dovevo lasciarlo provare, non sostituirmi a lui. Quando ami una persona, devi saperti mettere in regia».
La scrittura e il lavoro collettivo
Accanto a Smeriglio, nella costruzione narrativa, c’è stato un contributo decisivo: «Ho lavorato molto in scrittura con Nicola Nocella, che oltre a recitare nel film è mio compagno di scrittura. Scrivevo e lui recitava le scene nel salotto di casa».
Un metodo empirico, quasi teatrale, per trovare il tono della storia: «Non avevamo riferimenti reali, ma sapevamo di voler raccontare persone alla ricerca di qualcosa, viaggiatori curiosi, empatici. Degli incompiuti che non si sono arresi alla ricerca».
Un film inclusivo per scelta, non per etichetta
Lo chiamava Rock & Roll non è soltanto una storia di amicizia e disabilità, ma anche un progetto che ridefinisce il concetto stesso di accessibilità. La produzione ha infatti scelto un’unica versione del film, completamente sottotitolata, eliminando la distinzione tra versione “standard” e versione accessibile.
Una decisione che ha anche un valore simbolico: un solo film per tutti, senza separazioni di pubblico. Il progetto ha inoltre ricevuto il sostegno di numerose realtà istituzionali e associative, tra cui ENS, Comitato Paralimpico, Federazione Ciclistica Italiana, ANMIL, UILDM, INAIL, AISA e l’Osservatorio Malattie Rare.
Una storia vera che diventa cinema
La sinossi del film restituisce il cuore del racconto: Mauro, surfista costretto alla riabilitazione dopo un incidente, incontra in clinica Federico, giovane atleta con atassia. Tra loro nasce un legame che li spinge a partire insieme in un viaggio improvvisato, fuori dalle regole e dalla routine, alla ricerca di libertà e identità.
«È una storia che parla di inclusione, libertà e superamento dei limiti», conclude implicitamente il progetto. Ma soprattutto, come emerge dalle parole del regista, è la storia di un’amicizia che ha saputo trasformarsi in linguaggio cinematografico senza tradirsi, accettando la complessità del vero invece di semplificarla.

