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Mal di pietre, Nicole Garcia e Milena Agus tra film e romanzo

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In vista dell’uscita di Mal di pietre, pellicola prodotta da Good Films, si è svolta presso la Casa del cinema a Roma la conferenza stampa che ha visto protagoniste la regista Nicole Garcia e l’autrice del romanzo Milena Agus, due donne dall’indubbio valore artistico che si sono confrontate per la prima volta faccia a faccia.

Che cosa l’ha colpita di questo romanzo?

Nicole Garcia: «Per me è stato un grandissimo regalo. Mi era stato consigliato da un amico e l’ho acquistato all’aeroporto di Marsiglia. L’ho letto durante il volo e quando sono atterrata mi sono subito messa in contatto con il produttore per sapere se i diritti del libro fossero disponibili.  In genere io leggo molto, ma non lo faccio per trovare dei soggetti. Preferisco creare soggetti originali. Quando ho letto Mal di pietre ho capito che c’era qualcosa per me, come quando si cerca qualcosa senza sapere esattamente cosa».

Come ha lavorato sui cambiamenti apportati al romanzo?

Nicole Garcia: «Per fare un adattamento bisogna impadronirsi del libro e penso che ci si possa anche allontanare da esso, ma non per questo tradirlo. Alla prima trasposizione ho visto le editrici un po’ timorose per la reazione che avrebbe potuto avere Milena, ma lei si è comportata da grande scrittrice qual è, dicendomi che il film le fosse piaciuto e che soprattutto ha capito che la trasposizione è una reinterpretazione del libro».

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Che cosa le è mancato in questo adattamento?

Milena Agus: «La cosa che mi è mancata, ovviamente, è la Sardegna, perché il film è ambientato in Francia. Anche la nonna è una nonna francese. Il fatto che manchi la Sardegna implica che manchi tutta la spiritosaggine dei cagliaritani e i drammi interni. La nonna del libro è una nonna sarda, però io amo questa nonna francese. La mia nonna è buffa, ha una forma di follia che fa sorridere, mentre la nonna francese mi commuove profondamente, cosa che la mia non ha mai fatto. Inoltre oggi ho notato un altro particolare. Ho visto questo film tre volte e se nelle ultime due mi è sfuggito, oggi mi è chiaro: l’unica cosa affascinante che fa il reduce è parlarle. Nessuno parla mai con Gabrielle, neanche il marito, mentre il reduce lo fa».

Che cosa invece l’ha stupita?

Milena Agus: «Ho avuto l’impressione che mancasse qualcosa nel film, invece è sempre stato lì. Nel libro, la nonna sarda ha un quaderno nero dove scriveva le sue storie e per me sembrava impossibile poter recuperare questo dettaglio nella pellicola. Invece Nicole l’ha fatto, recuperando il valore della letteratura. La vita è nell’immaginazione. Se io non scrivessi, sarei pazza».

Amare con tanta passione è una malattia?

Nicole Garcia: «Dell’amore ormai se ne parla in tutte le salse. Non si può fare una radiografia corretta di questo termine. Nel libro trovo che ci sia un richiamo più concreto, ci si riferisce all’amore come “la cosa principale”. Lo si chiede a Dio, un aspetto sia sessuale che sacro, ricercata sia da uomini che donne. Questa estasi non è follia, bensì la ricerca di una delle cose più belle che abbiamo nella vita».

Si potrebbe fare un accostamento tra Gabrielle e Madame Bovary?

Nicole Garcia: «Non credo. Partendo dal fatto che l’ambientazione è nel sud della Francia e non in Normandia, io non trovo un accostamento possibile tra Gabrielle e Madame Bovary. Madame Bovary è più melanconica, un personaggio molto più urbano e soprattutto sprovvisto della forza vitale di Gabrielle».

Crede che questo sia un film generalmente femminile?

Nicole Garcia: «Non direi. In Francia il pubblico non è così diviso. Ho visto molti uomini commossi da questo film. Certo, forse per le donne è un film più di facile accesso, ma non credo che la sensibilità maschile sia diversa».

Un’autocritica?

Nicole Garcia: «Un aspetto che manca del libro, e che avrei voluto inserire, è questo contratto al limite della pornografia tra moglie e marito. Avrei dovuto fare una saga per inserirlo, in un film di due ore non ho potuto integrarlo».