This Must Be the Place, ultimo film di Sorrentino, è stato venduto in tutto il mondo, tranne che in Cina, e il prossimo 14 ottobre arriverà in cinema italiani. Oggi il regista ha incontrato la stampa e con i suoi modi un po’ bruschi ma diretti ed essenziali  ha sottolineato quanto fosse importante ricordare che il suo film è a tutti gli effetti un film italiano, venduto all’estero e con un cast straniero, ma a buon diritto un film che porta la firma del nostro paese.

Com’è stata la collaborazione con David Byrne per la realizzazione della colonna sonora?

<<Mi piace molto il suo film da regista e all’inizio mi ha detto di si come lo si dice ad un pazzo. Quando poi il progetto ha avuto consistenza, forte del suo si, sono riuscito a tirarlo dentro. Più difficile è stato coinvolgerlo come attore>>.

Ci parli della psicologi del protagonista .

<<E’ annoiato e infantile. Molto schietto e ironico, si muove in quella zona grigia che precede la depressione, ma non è ancora depresso. E’ anche un inevitabile portatore di gioia>>.

Si può definire il suo un film sull’Olocausto?

<<No, quell’argomento si muove sullo sfondo, e se ne parla in maniera incompleta dal momento che è un argomento troppo vasto. Le ragioni dell’Olocausto sono ancora inesplorate anche se l’immaginario cinematografico è ricco di film che ne raccontano la ricostruzione storica. E’ la storia di qualcuno che si approccia alla storia del ‘900 come un analfabeta. Quando tutti leggevano e si documentavano lui suonava e viveva la sua vita da rock star, ed ora è come un analfabeta che impara tutto da zero>>.

Com’è stata la collaborazione con Sean Penn?

<<Il lavoro è stato come quello che faccio con ogni mio attore, solo che con lui hai subito la sensazione di poter fare qualunque cosa e di poterti farti portare ovunque. Già in sceneggiatura il personaggio era definito e dettagliato, lui ha risposto dopo 3 giorni dicendo che voleva fare il film e riuscendo ad aggiungere dettagli a Cheyenne che già era abbastanza specifico. Ha aggiunto il tono di voce in falsetto e rallentato e la camminata che definisce lui stesso come ‘la camminata dei ricchi che si sentono in colpa per essere diventati ricchi’. Ha le capacità che hanno solo i grandi attori>>.

C’è un’uscita tattica per gli Oscar?

<<Se si riesce a farlo uscire negli USA prima di gennaio si, ci sono già i soldi per la promozione. Aspetteremo>>.

In che modo la produzione ha affrontato questo progetto?

<<E’ stato tutto molto entusiasmante. All’inizio c’è molta adrenalina, poi ci si rende conto che bisogna fare i conti con tante variabili e un grosso capitale. Siamo stati attenti a far rimanere i capitali qui in Europa perché anche se abbiamo considerato l’idea di affidarci ad una major, abbiamo preferito rimanere indipendenti a livello creativo>>.

E’ un film ricco di elementi. Cosa si è divertito a raccontare?

<<Mi piacciono i film che seguono un filo unico ma che si interseca con tanti elementi differenti. Parlo di un figlio che non ha un rapporto con il padre, dell’Olocausto, di un uomo del nostro tempo. Il film nasce da un desiderio di mettere in scena quello che ci piaceva, e così è venuto fuori anche il titolo, mi piace la canzone This Must Be the Place ed ho pensato che avendo anche attinenza con quello che veniva raccontato, andasse benissimo per il film>>. E poi conclude: <<Mi piaceva raccontare questa storia perché rispetto al Divo ad esempio, è una storia semplice, come una lunga e lussuosa vacanza!>>.