Zoran il mio nipote scemo

Zoran il mio nipote scemoQuesta mattina è stato presentato alla Casa del Cinema a Roma. Zoran il mio nipote scemo. In sala era presente il regista Matteo Oleotto, il protagonista Giuseppe Battiston, gli sceneggiatori  Daniela Gambaro, Pier Paolo Piciarelli, Marco Pettenello, il montatore Giuseppe Trepiccione e il distributore la Tuker Film.

 

A casa per l’esordio, il territorio, la gente, il confine, l’Italia, la Slovenia e quindi una cultura che si mischia oltre quella del vino, perché questa necessità?

Matteo Oleotto: Ritornare a casa era un po’ un’esigenza per raccontare una storia che partisse da un humus fertile. Ho vissuto lì vent’anni a Gorizia e quindi ho conosciuto un bel po’ di situazioni e avevo voglia e il piacere di raccontarle. Il lavoro che è stato fatto con gli sceneggiatori è stato proprio questo, io che continuavo a portare loro delle esperienze che loro con gran maestria e grande estro hanno cercato di mettere insieme nella formula. Una cosa su cui abbiamo lavorato molto anche in fase di montaggio, è stato costruire un atmosfera prima di tutto, la storia ci interessava però quello che secondo me ha il film come valore aggiunto è l’atmosfera che siamo riusciti a creare, che ci viene fornito dal territorio, dalla provincia. Io sono amante della piccola provincia e credo proprio che nella provincia si nasconde ancora il nostro paese. I grandi centri snaturano, è sempre tutto più confuso e veloce. In provincia, soprattutto nella nostra provincia, che viene definita la “provincia del nord-est” quando in realtà siamo “molto più ad est” è stata un esigenza che nasce nel raccontare una storia che abbia come fulcro, un luogo geografico, in cui abbiamo inserito dentro tante cose, ottenendo questo risultato.

Battiston quale è stato il piacere più grande di aver fatto questo film?
Giuseppe Battiston:
il piacere è stato dividere con Matteo le sue gioie e le sue sofferenze durante i quattro anni, lui ci ha messo qualche anno in più, ma sono stati quattro anni che abbiamo passato insieme, anche con gli sceneggiatori e con le persone che poi hanno contribuito a realizzare il film. Un percorso di gioie e di dolori e anche di tante revisioni della sceneggiatura che personalmente ritengo sia il punto di forza del film, penso che sia una sceneggiatura piuttosto matura, come qualità di scrittura come descrizione dei personaggi, dei luoghi. Lo spirito che ha mosso Matteo è quello che spinto anche me, cioè l’idea di fare un film su un luogo, su un estero che è molto poco conosciuto perché ogni volta che mi sposto e che mi chiedono delle mie origini “vengo da Udine” “ah! Sei Veneto” “No, vengo dal Friuli!!!” per voi resterà sempre Veneto ma in realtà è sempre un po’ più in là. Inoltre adesso non vai neanche più a sbattere contro il confine, la cortina di ferro che c’era e che ci separava dalla Slovenia. In giorno hanno tirato giù quei muri e a venti metri di distanza abbiamo cominciato a vedere della gente che non era poi tanto diversa da noi. Abbiamo scoperto tante cose in comune cose che hanno portato a co-produrre un film, per esempio, questa è una coproduzione Italo-Slovena e la troupe era eterogenea, il macchinista sloveno, il direttore della fotografia spagnolo, l’assistente operatore argentino, il regista goriziano! Insomma multietnica…il montatore è di Napoli!!! c’è anche la quota sud! Non tutti quelli che vengono dal nord sono leghisti! È nato un progetto che ha coinvolto tante persone e l’altro punto di forza è la forza del gruppo che ha creato questo film, tutte le persone che hanno contribuito a renderlo così bello, come piace a noi, questo film ci rappresenta, rappresenta quello che volevamo raccontare. Il percorso di lavoro era di cercare di costruire un ritratto di un luogo non in forma patinata ma con le sue bellezze, se ve ne sono, e le sue “storture”, che ci sono. Soprattutto cercando di costruire dei personaggi assolutamente credibili. Io ho sempre pensato che la riuscita di un film o almeno i film che piacciono a me, in cui i personaggi mi danno qualche cosa per cui spero di ritrovarli una volta uscito dal cinema. Quando un film comincia a vivere di vita propria al di fuori della sala, secondo me ha qualche cosa di particolare, penso a tanti film, magari alcuni di questi hanno condizionato anche gli sceneggiatori, penso al Grande Lebowski. Quindi personaggi veri e credibili di una storia assolutamente verosimile, di un luogo che era confine e non lo è più.

La colonna sonora come è nata?
M.O.:
I Sacri Cuori li ho conosciuti un paio di anni fa, mentre facevo un programma in televisione che si chiama Rocky e Rebibbia su MTV. Era un programma che aveva portato due maestri di musica all’interno del carcere e ogni settimana veniva invitato un ospite, alla fine c’è stato anche un grande concerto. Abbiamo vissuto quattro mesi in carcere, un esperienza molto bella e molto forte, Antonio Carmentieri. Dei Sacri Cuori era stato uno dei due insegnanti e quindi diciamo che la mia emozione forte è stata quando parlando con Antonio, già in fase di preparazione, perché questo film ha avuto una preparazione molto lunga. Io gli ho parlato di quello che mi sarebbe piaciuto sentire come colonna sonora e davanti a me c’era una chitarra, ed è riuscito in maniera assolutamente magica a tradurre in musica i miei aggettivi, quello che io usavo per fargli capire che tipo di impianto sonoro volessi. Quindi diciamo che l’amore è stato folle dall’inizio. Io amo molto i film in cui la musica non è un tappetone ma dove la musica suona.

Sembra esserci una caratteristica che accomuna tutti i personaggi

G.B.: è gente che viaggia con la fantasia e con il pensiero, ma siccome ha una fantasia molto ridotta il nostro Paolo, quando parte resta lì direttamente, manifesta un minimo desiderio di andarsene via da questo posto di “morti” senza dimenticare che lui è il primo ad essere morto. È qualche cosa che appartiene molto a personaggi di questo tipo in una zona d’Italia che ha fatto della migrazione forse il dato più significativo, i friuliani sono conosciuti più come migranti che come abitanti del friuli. Diciamo che è la pragmatizzazione di un desiderio di migliorarsi, in qualche modo, però vedendo il film Paolo non riuscirà mai a migliorarsi, in questo sta la sua bellezza. La forza e la bellezza di queste figure sta ne l fatto di essere puri nella loro miseria, di rimanere tali anche conservandone in qualche modo la dignità

Come è stato montare questo film?

Giuseppe Trepiccione: è stata un’esperienza molto bella, abbiamo pensato per tutto il tempo della lavorazione che era necessario provare a fare un film, non preoccuparsi dell’idea che si trattasse di una commedia, di liberarci di certi pregiudizi per i quali la commedia può essere considerata un genere minore, senza sentire questa paura di essere divertenti e semplici ma allo stesso tempo profondi. Oggi quando guardo il film penso che sia un risultato che abbiamo raggiunto e ne sono molto orgoglioso.