Il tocco del peccato recensioneUn Leone d’Oro a Venezia nel 2006 con Still Life e un passato da allievo del grande Takeshi Kitano, il regista cinese Jia Zhangke ritorna sul grande schermo con Il tocco del peccato, nelle sale dal 21 novembre, aggiudicandosi il premio come miglior sceneggiatura alla kermesse di Cannes 2013.

 

Un minatore dello Shanxi (terra natale del regista) combatte – a colpi di fucile – la sua personale e disperata lotta alla corruzione. L’insoddisfazione e la frustrazione per le ingiustizie perpetrate faranno di lui uno spietato omicida, in cerca di ascolto. Un giovane esule, in fuga da una vita monotona ed umile, si macchierà di crimini per sopravvivere, sopraffatto dalle infinite possibilità che un’arma da fuoco può generare. Un’avvenente receptionist di una sauna rincorre faticosamente una vita nuova, ma resta intrappolata nella vecchia, fatta di molestie che non resteranno, questa volta, impunite. Infine, un giovane operaio alla ricerca di un lavoro migliore saggerà i diversi volti della scintillante e deplorevole vita dei bordelli locali.

Il tocco del peccato recensione posterQuattro storie che Jia Zhangke ricostruisce a partire da episodi di cronaca, quattro capitoli che dividono la pellicola in quattro tempi uguali, quattro brandelli dello stesso tessuto, quello di una Cina che guarda al progresso, non senza portarne i segni. Un Paese dai mille volti, protagonista di una grande trasformazione ma perforato da tensioni sotterranee e consumato dalla violenza.

I protagonisti de Il tocco del peccato fluttuano in posti diversi della Cina, con vissuti distanti che – pur non intrecciandosi a livello narrativo – rivelano lo stesso retrogusto amaro della realtà cinese. Quattro episodi strappati alla cronaca e ricuciti con elementi finzionali con grande accuratezza e qualche piccola concessione al sensazionalismo. Jia Zhangke sceglie di rievocare la sofferenza interiore dei suoi personaggi, il loro senso di inadeguatezza, mostrandone le ferite, sfoggiando una violenza efferata, cospargendo capi e corpi di un sangue colpevole, che con chiede indulgenza.

Il regista, pacato nel raccontare la corruzione e l’iniquità che permeano la società, diventa brutale nel dipingere la violenza, vista dai protagonisti come l’unica via di scampo ad una vita ignominiosa, il mezzo più efficace per salvaguardare la propria dignità. Le armi, maneggiate con particolare destrezza, celebrano sguardi che dietro un’apparente fierezza, nascondono anime sottomesse, schiacciate dalla prevaricazione di uno strumento tanto semplice, quanto pericoloso.

Una pellicola dal taglio commerciale, in cui Jia Zhangke utilizza la crudeltà dei crimini per imprimere al racconto un ritmo meno blando del solito e un gusto – in alcuni punti – vagamente ironico per spezzare la silente e angosciante aura in cui galleggiano i personaggi.