Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non si presenta come un’opera d’inchiesta nel senso classico del termine, né come un prodotto di denuncia costruito sull’emotività. Il documentario diretto da Simone Manetti sceglie una strada più rigorosa: ricostruire, con metodo e continuità, la verità giudiziaria finora emersa sul sequestro, la tortura e l’uccisione del ricercatore italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. Il racconto si sviluppa lungo l’asse del processo celebrato a Roma a partire dal 2024, seguendo le deposizioni dei testimoni e il lavoro dell’accusa, e facendo emergere una trama di responsabilità, omissioni e depistaggi che hanno segnato l’intera vicenda.
Il film affida la propria narrazione a poche voci, selezionate con precisione: quelle di Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori di Giulio, e dell’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha assistiti nella lunga battaglia legale. Non ci sono commentatori esterni, né analisti chiamati a interpretare i fatti. La materia del racconto è costituita dai documenti, dalle testimonianze e dalla memoria diretta di chi ha attraversato questa storia dall’interno.
Giulio Regeni, il ricercatore e il contesto
Giulio Regeni nasce a Trieste nel 1988 e cresce a Fiumicello Villa Vicentina, in una famiglia abituata al movimento e al confronto internazionale. Il suo percorso accademico lo porta presto fuori dall’Italia: il Collegio del Mondo Unito negli Stati Uniti, la laurea in Arabic and Politics a Leeds, il master in Development Studies a Cambridge e infine il dottorato, avviato nel 2014, sempre a Cambridge. Nel 2015 si trasferisce al Cairo per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, inserita in uno studio più ampio di carattere storico ed economico.
L’Egitto in cui Giulio arriva non è quello delle speranze della Primavera araba, ma un paese attraversato da una restaurazione autoritaria. Dopo il colpo di Stato del 2013, il generale Abdel Fattah al-Sisi ha consolidato un regime militare fondato su un controllo capillare della società civile. In questo contesto, un giovane ricercatore straniero che studia il mondo del lavoro e delle organizzazioni sindacali diventa un soggetto osservato, monitorato, potenzialmente sospetto.
Il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della Rivoluzione di Piazza Tahrir, Giulio Regeni scompare. È una data simbolica, ad alta sensibilità per gli apparati di sicurezza egiziani. Da quel momento, la sua vicenda personale si intreccia in modo irreversibile con le dinamiche di un sistema di potere che considera il controllo come prerequisito della stabilità.
Il sequestro, le torture, i depistaggi
Il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il 3 febbraio 2016, segna uno spartiacque. L’autopsia restituisce un quadro inequivocabile: giorni di torture sistematiche, fratture multiple, bruciature, ferite da taglio. Un insieme di segni che rimandano a pratiche professionali, non a un’aggressione occasionale. Le prime versioni fornite dagli inquirenti egiziani – incidente stradale, delitto a sfondo sessuale – appaiono da subito incongrue.
Il documentario segue con precisione il susseguirsi dei depistaggi: dalla costruzione di piste alternative alla messa in scena, nel marzo 2016, della presunta eliminazione dei responsabili, cinque cittadini egiziani accusati di rapine ai turisti e uccisi in un conflitto a fuoco. Gli oggetti personali di Giulio, ritrovati nelle loro abitazioni, vengono presentati come prova risolutiva. Saranno le indagini italiane, attraverso l’analisi dei tabulati telefonici e le testimonianze raccolte, a smontare questa ricostruzione, mostrando l’assenza di qualsiasi collegamento tra la banda e la scomparsa del ricercatore.
Emergono invece elementi che puntano in un’unica direzione: Giulio era da tempo sotto controllo della National Security egiziana. Pedinamenti, perquisizioni, intercettazioni indirette, fino alla sparizione dei filmati della metropolitana dell’ultima sera. Il film non formula ipotesi investigative autonome, ma ricompone il mosaico così come è stato delineato negli atti giudiziari.

La battaglia legale e il processo
Un asse centrale del documentario è rappresentato dal lavoro giudiziario portato avanti in Italia. Nel 2023, dopo anni di stallo e ostruzionismo, la procura di Roma ottiene il rinvio a giudizio di quattro agenti della National Security egiziana. Il processo, iniziato nella primavera del 2024, si svolge in assenza degli imputati, mai formalmente raggiunti dalla notifica dell’incriminazione.
Nel corso delle udienze sfilano testimoni di primo piano: ex membri del governo italiano, diplomatici, funzionari. Le loro deposizioni restituiscono il quadro di una gestione politica del caso segnata da prudenza, ambiguità e continui compromessi. Il processo viene sospeso nell’ottobre 2025 per un’eccezione procedurale, ma la sentenza resta prevista per il 2026.
Il film di Manetti utilizza ampiamente le immagini del dibattimento, trasformando l’aula di tribunale in uno spazio narrativo centrale. Non come luogo di spettacolarizzazione, ma come punto di convergenza tra la dimensione privata del lutto e quella pubblica della responsabilità istituzionale.
Democrazia e regime: un confronto inconciliabile
Senza mai esplicitare un giudizio morale, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo induce una riflessione più ampia: l’assurdità di una vicenda che nasce anche dallo scarto tra due sistemi di riferimento incompatibili. Da un lato, una cultura politica occidentale che presume l’esistenza di regole condivise, di tutele minime, di spazi di autonomia per la ricerca e il pensiero critico. Dall’altro, un regime che considera il controllo e la repressione strumenti ordinari di governo.
In questo cortocircuito, Giulio Regeni diventa una figura emblematica: un ricercatore che applica categorie democratiche in un contesto che le percepisce come minacce. Il documentario non indulge in contrapposizioni ideologiche, ma lascia che siano i fatti a mostrare l’inconciliabilità tra queste due visioni del mondo.
Un racconto per accumulo, senza retorica
La scelta formale di Simone Manetti è coerente con l’impianto giornalistico del film. L’uso del repertorio non è illustrativo, ma immersivo; la narrazione procede per accumulo, come una marea lenta e costante. Ogni sequenza aggiunge un livello di senso, senza mai cercare l’effetto o la semplificazione.
Il risultato è un documentario che non chiede empatia, ma attenzione. Che non offre consolazione, ma chiarezza. Raccontando la storia di Giulio Regeni attraverso i documenti, le voci e il tempo lungo della giustizia, Tutto il male del mondo restituisce il ritratto di una vicenda che continua a interrogare il rapporto tra verità, potere e responsabilità, ben oltre i confini di un singolo caso.
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo
Sommario
Raccontando la storia di Giulio Regeni attraverso i documenti, le voci e il tempo lungo della giustizia, Tutto il male del mondo restituisce il ritratto di una vicenda che continua a interrogare il rapporto tra verità, potere e responsabilità, ben oltre i confini di un singolo caso.
