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Le jeune Ahmed: recensione del film dei fratelli Dardenne – #Cannes72

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Ancora una volta, i fratelli Dardenne portano a Cannes i ritratti dei loro giovani protagonisti, quei ragazzi e ragazze che hanno sempre scelto come centro delle loro storie, ai quali consacravano il loro sguardo, la loro ormai celebre macchina a mano a seguire i loro movimenti, e con Le jeune Ahmed continuano a portare avanti questa tradizione nel loro cinema.

La differenza di questo Le jeune Ahmed rispetto alla loro produzione precedente e costituita dal fatto che questa volta i registi si spostano dal proletariato bianco, ai margini della società, e si concentrano su una questione sociale più specifica, la radicalizzazione delle famiglie di origine araba nel Vecchio Continente, quel fenomeno sociale che si identifica nel terrorismo islamico di origine europea. La questione è stata centrale nella cronaca recente del centro Europa, in particolare nel Belgio dei registi, tuttavia, staccandosi dalle loro tematiche più consuete.

Ne Le jeune Ahmed, il giovane Ahmed viene da una famiglia laica, in cui la madre beve vino e la sorella veste come le pare, una famiglia europea ordinaria, e pure lui sembra essere completamente adeguato ai costumi europei. Il suo incontro con un imam però comincia a cambiare il suo comportamento e il suo modo di vedere la realtà che lo circonda. A partire dal cambiamento del suo atteggiamento nei confronti della sua maestra, che le è sempre stata molto vicina a causa dei suoi problemi di dislessia, cominciamo a capire che la dottrina islamica radicale sta entrando nel modo di vedere la realtà di Ahmed: la maestra è una donna, e lui non la può toccare, secondo quanto dice il Corano, nemmeno tenerle la mano. L’imam inculca nel ragazzo le credenze più radicali dell’islamismo, fino a portare alla luce la storia di un cugino martire.

In un ambiente estraneo, i due registi sembrano però smarriti in Le jeune Ahmed, non riescono ad entrare in empatia con il protagonista, che è un ragazzino sempre con il broncio che adotta una visione estrema della religione. Lo ritraggono senza trasporto, mancando la profondità del personaggio e lasciandolo in balia di un cliché abusato. Di fronte alla necessità di non potere o riuscire a raccontare con tenerezza il loro protagonista, i registi finiscono per semplificare l’argomento banalizzando le sue scelte di vita.

Sommario

Di fronte alla necessità di non potere o riuscire a raccontare con tenerezza il loro protagonista, i registi finiscono per semplificare l’argomento banalizzando le sue scelte di vita.
Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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