Certo che, con tutte le sonde che continuiamo a spedire nello spazio, prima o poi ci saremmo dovuti aspettare che qualcosa di non gradito tornasse. Questo potrebbe essere il commento finale fuori campo alla storia di LIFE.

Sei scienziati si trovano a bordo della International Space Station (ISS) che gravita in una orbita bassa intorno alla Terra e si stanno preparando ad agganciare manualmente una sonda fuori controllo che ritorna da una missione su Marte, dove ha raccolto campioni importanti dal suolo rosso. L’ISS funge da laboratorio di ricerca spaziale in cui i membri dell’equipaggio conducono esperimenti scientifici grazie anche alle condizioni di microgravità interna. Grazie a questo ambiente con condizioni uniche, l’equipaggio comincia a studiare il campione riportato dalla sonda marziana.

Presto si scoprirà che la cellula isolata dal campione è sì la prima prova di vita extraterrestre ma, non solo, è un organismo totipotente che si sviluppa rapidamente mostrando intelligenza e forza inaspettate. L’equipaggio è intrappolato all’interno dell’ISS con un organismo letale in rapida crescita, una trappola in cui non si capisce chi è la preda e chi è il cacciatore. Comincerà una lotta contro l’alieno e contro il tempo. Fuggire e sopravvivere rischiando di portare il terribile alieno sulla terra o tentare di ucciderlo anche a costo di sacrificarsi?

Life – Non Oltrepassare il Limite, tra Alien e Gravity

Forse non è un caso che, due mesi prima dell’attesissimo Alien: Covenant, il mercato ci proponga un prodotto che ha molto del primo episodio di Ridley Scott. Se il soggetto pesca abbondantemente da Alien, altrettanto non si può dire dello spazio in cui si muove l’equipaggio. Le dimensioni della ISS sono ben circoscritte e fatte da moduli pressurizzati ed intelaiature metalliche in cui ci si muove per mezzo di microgravità. A creare ansia non ci sono bui corridoi a gomito dietro i quali aspettarci l’alieno. In compenso, le passeggiate spaziali, la macchina da presa che ruota schizofrenicamente a 360 gradi intorno ai protagonisti e una parte della sceneggiatura ricordano molto Gravity.

La vita personale dei personaggi non è mai troppo al centro della storia, né, per fortuna, viene sentimentalmente mescolata con amori da spazio ristretto. Il tutto, almeno sino all’esplosione del dramma di sopravvivenza, è invece a favore di un raziocinante gesto nel cercare di seguire e spiegarci l’origine della vita. Però, invece di sviluppare il tema interessante dell’alieno intelligente LIFE vira sul più classico film di genere e sconta così un po’ di stupidità di comportamento da parte di questi scienziati a cui capita tropo spesso di fare ciò che, nel manuale del “Science for Dummies” viene sconsigliato a caratteri cubitali in prima pagina.

Cerchiamo allora di vederne il lato positivo, sicuramente ciò si trasforma in considerevoli picchi di tensione e suspense che si aggiungono all’imprevedibilità del nostro invertebrato alieno. Perché, per tutto il film una cosa è chiara, l’alieno ha una forza tremenda, può penetrare nelle bocchette d’aria, resiste al fuoco, alla mancanza di ossigeno, al gelo ma, non riesce ad aprire le maniglie dei portelli. E allora, così come in un film di Zombie ci sarà sempre un ragazza che fuggendo si slogherà una caviglia, in maniera analoga quando un alieno è chiuso in un compartimento stagno avremo sempre un umano che glielo aprirà. Pensandoci bene, forse è questa l’unica traccia di humour che ci svela la coppia di sceneggiatori di LIFE: Rhett Reese e Paul Wernick (Deadpool e Zombieland).

LIFE è un suspense thriller fantascientifico che allontana sempre più Daniel Espinosa dalla sua origine europea a favore di una ulteriore strizzata d’occhio al botteghino. Il film però è ben girato, con un piano sequenza iniziale bellissimo e alcune scene di forte tensione senza mai scivolare nel genere horror gore. Un film comunque in grado di inchiodarci alla sedia per tutto il tempo.