pearl

Nell’epoca delle rivendicazioni femminili arriva, in Concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 75, una storia di una donna che attraverso il suo corpo prova a rinnegare la sua natura di madre e abbraccia completamente la sua volontà: Pearl. Opera prima di Elsa Amiel, è la storia di Lea Pearl, una bodybuilder che ha consacrato la sua vita a questo sport. Ma a che prezzo? Lo scopriamo subito nella storia. Quando era ancora Julia, la protagonista ebbe un bambino dal compagno, ma abbandonò entrambi e adesso la sua vita e soprattutto il suo corpo sono totalmente cambiati. Ma cosa le accadrà quando questo passato le viene sbattuto in faccia inaspettatamente? Alla vigilia di una importantissima competizione, Lea dovrà fare di nuovo i conti con quella che è stata, e con un bambino di quattro anni.

Amiel gira il film in lingua doppia, francese e inglese, dove la prima sembra essere riservata alla componente emotiva, ai dialoghi con il bambino, con l’ex marito, insomma allo scontro dei sentimenti. L’inglese è invece la lingua pragmatica della bodybuilder e del suo allenatore, la lingua delle dosi di ormoni, della dieta ferrea, del divieto di bere acqua e della preparazione atletica.

Il cuore del film però è il corpo di Julia/Lea e il contrasto che vive nel momento in cui ricorda il passato di madre, o meglio di donna che ha dato alla luce un bambino, visto che madre in senso proprio non lo è mai stata. E appena il suo corpo rientra in contatto con il figlio, ricompare del sangue mestruale, che da anni, a causa dei bombardamenti di ormoni, non si manifestava più. Un risveglio del suo corpo d’origine che lei per prima rifiuta ma che imparerà ad accettare nel corso del film, con un esito inaspettato.

La Amiel sceglie una strada poco battuta per raccontare la femminilità e la lotta della donna con e dentro al suo corpo, per sempre prigioniera di un contenitore che può essere plasmato o assecondato.