Quando Hitler rubò il coniglio rosa
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Uno sguardo diverso su una tragedia più citata che ricordata, come la Storia – anche recente – non fa che dimostrarci, Quando Hitler rubò il coniglio rosa nasce da una storia vera, e da un libro, che Caroline Link ha voluto adattare per il grande schermo. Vincitrice dell’Oscar 2001 per il miglior film straniero con Nowhere in Africa, la regista e sceneggiatrice tedesca sceglie Quando Hitler rubò il coniglio rosa, classico di Judith Kerr del 1971, pubblicato in Italia nel 1976 nella collana “BUR dei Ragazzi”.

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Un dramma di tutti, in una storia autobiografica

La storia dei Kemper è quella della stessa autrice, che nel racconto – parzialmente autobiografico – fatto dalla piccola Anna racconta la perdita dell’innocenza e l’ascesa al potere del folle criminale nazista che guidò la Germania dal 1933 al 1945. Un dramma al quale la Kerr cercò di trovare un senso, a posteriori, dedicando ai propri genitori il romanzo, la cui “leggerezza” ha colpito e ispirato la regista, spingendola a realizzare “un film sulla fiducia, la curiosità, l’ottimismo e la famiglia”, come spiega lei stessa.

Ma la storia vera della famiglia protagonista è anche una vicenda di separazione e orgoglio, di esilio e resistenza, pur se molto particolare, e a suo modo privilegiata (tanto che la stessa Kerr raccontò alla Link di ricordare gli anni trascorsi in Svizzera e a Parigi come “esperienze positive, piene di avventura”). Eccessivamente, per un pubblico adulto e più disincantato degli spettatori più giovani che in compenso potrebbero avere difficoltà a comprendere completamente il senso di quel che vedranno.

Un esilio pieno di speranza e sorrisi, forse troppo

Un lungo viaggio che inizia nella Berlino del 1933, dove Hitler è a un passo dal prendere il potere. E da dove, per sfuggire ai nazisti, il padre di Anna scappa, per aspettare a Zurigo il resto della famiglia, poco dopo. E’ solo la prima tappa di una fuga attraverso l’Europa alla ricerca di un luogo sicuro dove stabilirsi. A nove anni, Anna è costretta a lasciare tutto, compreso il suo amato coniglio rosa di peluche, e, insieme alla sua famiglia, ad affrontare una nuova vita piena di sfide e ostacoli, ma non senza speranza e perfino sorrisi.

Forse troppi, per quanto non manchino i momenti complicati e le rinunce, tutti filtrati dallo sguardo della piccola protagonista. Unica a emergere veramente, sia per l’interpretazione della giovane Riva Krymalowsky sia per l’insistenza della macchina da presa nel metterla costantemente al centro della ricostruzione. Che è inevitabilmente parziale, anche per scelta della Link e – più comprensibilmente – della Kerr prima di lei.

Tra Zurigo e Parigi, non è La vita è bella

In maniera opposta a quanto visto nel La vita è bella al quale è inevitabile ripensare, dove l’Orrore era evidente, qui la ricostruzione è esageratamente ellittica e bonificata, al punto da rendere ardui l’emozionarsi e l’empatizzare e più o meno spontaneo il confronto con la Heidi della nostra infanzia. Non mancano le scene con una certa potenzialità, e sin dall’inizio il mondo dei bambini offrirebbe spunti migliori della rappresentazione di una Svizzera neutrale e indifferente o di prese di posizione chiare quanto scontate sulla stupidità nazista.

Come non mancano momenti di didascalica retorica (“L’amore è la medicina migliore”, “il bene vince sempre”) figlia di una sensibilità infantile datata anni ’30 o un’idealizzazione del potere della parola (coerente con il vissuto paterno e personale dell’autrice), che nascondono ancora di più un contesto storico al quale viene affidata quasi completamente certa drammatizzazione. Nonostante l’abbandono sia un tema predominante e le tensioni non manchino, infatti, il succedersi degli accadimenti viene osservato passivamente, nell’attesa di una morale finale che dia un senso al placido e convenzionale svolgimento nel quale tutto viene reso digeribile. Per ogni tipo di pubblico.

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RASSEGNA PANORAMICA
Mattia Pasquini
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Come non mancano momenti di didascalica retorica, che nascondono ancora di più un contesto storico al quale viene affidata quasi completamente certa drammatizzazione. Nonostante l'abbandono sia un tema predominante e le tensioni non manchino, infatti, il succedersi degli accadimenti viene osservato passivamente, nell'attesa di una morale finale che dia un senso al placido e convenzionale svolgimento nel quale tutto viene reso digeribile. Per ogni tipo di pubblico.quando-hitler-rubo-il-coniglio-rosa