Resurrection recensione
Rebecca Hall appears in Resurrection by Andrew Semans, an official selection of the Premieres section at the 2022 Sundance Film Festival. Courtesy of Sundance Institute | photo by Wyatt Garfield. All photos are copyrighted and may be used by press only for the purpose of news or editorial coverage of Sundance Institute programs. Photos must be accompanied by a credit to the photographer and/or 'Courtesy of Sundance Institute.' Unauthorized use, alteration, reproduction or sale of logos and/or photos is strictly prohibited.
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A dieci anni dal suo esordio dietro la macchina da presa Nancy, Please il regista Andrew Semans ha presentato al Sundance 2022 uno dei lungometraggi più radicali e disturbanti visti da molto tempo a questa parte.

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La storia di Resurrection

Nel tentare di raccontare il suo dramma/horror bisogna necessariamente iniziare dallo spunto narrativo di partenza: Margaret (Rebecca Hall) è una donna con una carriera di successo, indipendente nelle relazioni sentimentali e con una figlia quasi diciottenne che sta crescendo al meglio grazie alla sua energia e un’assoluta devozione. L’incontro casuale con David (Tim Roth) riporta però in superficie terribili traumi vissuti in un passato oscuro, incubi capaci di precipitare la donna in un vortice di insicurezza che la porterà a dover fare scelte estreme.

Fin dall’inizio Resurrection riporta alla memoria il miglior cinema di David Cronenberg: allo stesso modo di molti lavori del regista canadese anche in questo film le scenografie eleganti ma fredde nella loro stilizzazione, così come le luci che dipingono ambienti capaci di restituire un senso di distaccata neutralità, precipitano immediatamente eventi e personaggi in un universo filmico molto preciso e ben articolato.

Resurrection ricorda il miglior Cronenberg

La progressione narrativa della sceneggiatura scritta dallo stesso Semans sviluppa immediatamente un personaggio molto ben definito, sobrio e credibile nella sua forza interiore. E questo quasi per contrappasso rende ancor più vero e doloroso il suo progressivo sgretolamento fisico e psicologico quando l’orrore del passato torna a manifestarsi in tutta la sua forza. Rebecca Hall offre alla figura di Margaret non soltanto la sua naturale eleganza ma anche un lavoro sul corpo impressionante: scena dopo scena la bellezza della donna diventa leggermente più spigolosa, il linguaggio del corpo inquietante. La metamorfosi fisica si accompagna poi a un percorso psicologico di regressione verso paure e istinti primitivi, quasi ancestrali, il quale sviluppato da una sceneggiatura meno attenta sarebbe potuto risultare non credibile.

Un horror psicologico

Al contrario Resurrection riesce nell’ammirevole tentativo di fornire allo spettatore una trama plausibile senza però garantire alcuna certezza su ciò che sta realmente succedendo. Il rapporto che si instaura tra Margaret e il suo aguzzino  – un Tim Roth mellifluo, capace di affascinare ed essere rivoltante allo stesso tempo – viene immediatamente settato sulle basi affascinanti dell’horror psicologico, nel quale insieme alla logica degli eventi e alla verità delle situazioni si deve anche accettare l’irrazionalità, il lato sconosciuto e spaventoso di quello stesso universo filmico. Resurrection lavora su questo equilibrio instabile con enorme efficacia, arrivando a un finale che lascia coerentemente esplodere tutto quanto costruito in precedenza fino a penetrare nel tessuto emozionale del pubblico con una potenza espressiva (e visiva) non comune. 

Finalmente un lungometraggio che riesce a disturbare nel senso migliore del termine, che costringe a uno sforzo prima emotivo e successivamente intellettuale per stare a un gioco cinematografico intenso e notevolmente calibrato, quello un film sospeso tra realtà e incubo capace di lasciarci con una sensazione di salutare incertezza. Resurrection è quello che l’horror psicologico era un tempo e dovrebbe tornare a essere: una stanza oscura con all’interno uno specchio deformante, pronto a regalarci il terrore di vedere la versione più nascosta di noi stessi.  

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